L’infanzia di un capo

Recensione di Claudio Ceriani

Tra i progetti mai realizzati nella storia del cinema, probabilmente uno tra quelli maggiormente rimpianti è “The seven bad years” di Josef Von Sternberg. In questo abbozzo di trama del 1946, il grande regista viennese trapiantato a Hollywood intendeva mostrare il processo di formazione di un bambino e di come il modello comportamentale che ne condizionerà l’età adulta si formi nei primi sette anni di vita. Si tratta di un modello che segue un circolo vizioso e che passa attraverso tre poli: paura, aggressione e rimorso. Naturalmente il progetto venne accantonato perché ritenuto troppo rischioso – in termini strettamente pecuniari – per i produttori dell’epoca.

Ciò che la pellicola mai realizzata da Von Sternberg avrebbe voluto raccontare è, almeno in parte, contenuto nel folgorante esordio di Brady Corbet. Ispirato dal racconto omonimo di Jean-Paul Sartre nel film si mostra come già in tenera età, Prescott (Tom Sweet), il piccolo protagonista della pellicola, è già in potenza il tiranno che poi diventerà da adulto.

A dispetto dell’apparenza innocente (nella prima geniale inquadratura che lo riguarda ci appare addirittura vestito da angelo per la recita parrocchiale), il precoce e intelligente bambino ha già ben chiare le dinamiche del mondo adulto, almeno per ciò che concerne l’ambito familiare. Figlio (all’anagrafe) di un maturo diplomatico improvvisato (Liam Cunningham), che nel 1919 viene spedito in Francia al seguito del delegato americano Lansing per partecipare alla conferenza di Versailles, e di una giovane donna alsaziana (Bérénice Bejo), il piccolo si ritiene “cittadino del mondo”, espressione che, alla luce del finale, suona quanto mai ironica.

I personaggi

Il quadretto all’apparenza invidiabile di una famiglia ricca e cosmopolita è però soltanto una patina esteriore; la madre è una fanatica religiosa segnata dal fatto di essere quasi morta dopo aver dato alla luce Prescott, mentre il padre è un mediocre intrallazzatore, spesso assente e anaffettivo. Nessuno dei due pare avere tempo per i bisogni del bambino, la cui educazione è delegata a un’affascinante istitutrice francese, Ada, e a una serva anziana, unica persona alla quale Corbett mostra un po’ di attaccamento.

Vengono così alla luce in tre diversi momenti – altrettante scenate che scandiscono i primi capitoli del film – tutte le frustrazioni, le nevrosi e i turbamenti (anche sessuali) del piccolo protagonista. che diventerà sempre più provocatorio e sociopatico, specie dopo aver intuito che il padre ha una tresca con Ada, dalla quale lui stesso è attratto. Peraltro il bambino non sa di essere figlio naturale di un amico di famiglia (Robert Pattinson), circostanza che influisce sui rapporti tra i genitori ufficiali, improntati all’ipocrisia.

Da quest’humus nascerà l’uomo nuovo, ovvero “Prescott il bastardo”, destinato a comandare una non meglio precisata nazione europea. Risulta pertanto fin troppo scoperto il legame parallelo tra l’evoluzione negativa del piccolo protagonista e le degenerazioni future causate dal trattato di Versailles, notoria fucina della Seconda Guerra mondiale – in pratica, un legame parallelo tra le storture della Storia e quelle della dimensione domestica privata, destinate a incrociarsi e a convergere verso una catastrofe annunciata.

La regia

Il film trascolora con disinvoltura dalla storia vera (sostenuta da inserti documentaristici), a una sorta di metastoria; il regista non ci spiega quale sia il paese che “il cittadino del mondo Prescott” comanderà in futuro, né come sia arrivato a tanto, ma ci basti comprendere che il protagonista è a capo di un regime totalitario, con insegne che rammentano i simboli nazisti ma con soldati le cui uniformi richiamano quelle dell’Armata Rossa, chiara confluenza di riferimenti riconoscibili appartenenti a due delle maggiori dittature del XX secolo.

Al regista interessa impostare la prospettiva sul potere come espressione di pulsioni represse ma sublimate nell’atto del comando (si veda a questo proposito il breve scorcio obliquo nel quale si intravede il Prescott adulto che esce dall’auto osannato dalla folla). Scrive giustamente Luca Pacilio che leader (aggiungo, in embrione) è colui che scardina le logiche di un sistema imponendo le proprie e che i tre scatti d’ira che scandiscono e suddividono la pellicola sono provocazioni e attentati simbolici, vere e propri escalation sovversive.

Ma è leader anche colui resiste alle repressioni (fame, umiliazione, isolamento), patimenti che anzi ne rafforzano lo spirito di sacrificio e ne potenziano il risentimento. Proprio come accade al piccolo Prescott che non esce mai piegato, semmai rafforzato, dalle punizioni alle quali è sottoposto.

Si potrebbe aggiungere che le scenate divengono sempre più elaborate e clamorose; l’ultima è particolarmente perfida, in quanto espone al ludibrio i genitori, soprattutto il presunto padre, davanti a una sceltissima compagine di invitati, molti dei quali fanno parte delle delegazioni inviate a Versailles. Né si può ignorare che tale scenata giunge al termine di continue provocazioni del giovanissimo ribelle, refrattario all’ordine – familiare – costituito, un ribelle anche nel look, segnatamente nei lunghi capelli biondi, ai quali tiene moltissimo (ma in età adulta egli saprà rinunciare a quel suo tratto distintivo a favore di un taglio assai più marziale).

Grande prova di tutti gli attori, ma addirittura encomiabile quella del giovanissimo Sweet, in grado di conferire al proprio personaggio espressioni, gesti e tic credibili. Eccezionale la mobilità della macchina da presa che coadiuva una regia di elegante virtuosismo barocco (da antologia l’inquadratura che mostra Prescott esamine sulle scale ottenuta attraverso una prospettiva rovesciata) e molto raffinata la fotografia di Lol Crawley, capace di rendere la consistenza materica di ambienti, persone e oggetti.

Premio Orizzonti e “Leone del Futuro” a Venezia 2016 al regista Brady Corbet. 

Trailer

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