Le regole del delitto perfetto

Recensione di Mara Fallini

Si conclude con la sua sesta e ultima stagione una delle serie più amate degli ultimi tempi: “Le regole del delitto perfetto” (“How to get away with murder” in lingua originale).

Annalise Keating, avvocata rinomata e professoressa universitaria, seleziona i cinque studenti più brillanti del suo corso come suoi assistenti. Sarà questo l’inizio delle avventure e, soprattutto, delle sventure di Michaela, Laurel, Connor, Wes e Asher, che si muovono sul piccolo schermo circondati da moltissimi altri personaggi, tra cui gli avvocati Bonnie e Frank, il poliziotto Nate e l’hacker Oliver, che diventerà fidanzato e poi marito di Connor.

La trama di questa serie, che si sviluppa in ben sei stagioni, sarebbe troppo intricata da riassumere in modo esaustivo. Basti sapere però che i protagonisti si ritroveranno immischiati in una serie di crimini, tra cui omicidi. Provenienti da contesti diversi ma tutti con un passato problematico e segnato da traumi, i giovani avvocati diventeranno tra loro sempre più affiatati, quasi come una vera famiglia, costruita però su fondamenta fatte di bugie, paura e segreti. Mai completamente innocenti e mai davvero colpevoli, faranno di tutto per sfuggire alla giustizia.

Poco realistica negli avvenimenti e nell’intreccio che si dipana collegando tra loro i personaggi in maniera a dir poco surreale, “Le regole del delitto perfetto” ha però il merito di trattare temi spinosi e importanti quali la discriminazione, la violenza sessuale su donne e bambine, la condizione dei neri negli Stati Uniti e la corruzione nel sistema giudiziario ed esecutivo americano.

La sesta stagione non è all’altezza delle altre

I personaggi incarnano pessimi esempi relazionali, instaurando tra loro rapporti al limite del tossico, ma sono così umanamente imperfetti da rendere impossibile non affezionarvisi. Se a tratti paiono insopportabili, è perché è fin troppo facile rivedere in loro i difetti nostri e di chi ci circonda.

Non mentirò: l’ultima stagione, che ho appena terminato di vedere, mi ha lasciata con l’amaro in bocca. Un po’ perché, come sempre accade con le serie che rifiutano di fermarsi per il troppo successo, la sesta stagione non è all’altezza delle altre. Ma questo fastidio è dovuto anche alla interminabile trafila di disgrazie che, in particolare nell’ultimo episodio, si abbattono su coloro che finalmente avevamo iniziato ad amare nonostante i lati oscuri, e che dopo tanta sofferenza avrebbero meritato un finale migliore.

La particolarità più interessante de “Le regole del delitto perfetto” è l’assenza di una morale spicciola o, per essere schietta, di morale tout court. In un mondo in cui chiunque commette crudeltà e chiunque porta con sé un fardello insopportabile di dolore e tradimenti, il giudizio morale su queste vite dannate è sospeso a tempo indeterminato. Questa inversione dell’etica, insieme alla mancanza di un trionfo della giustizia, appare a tratti disturbante, perché ci rammenta alcune grandi questioni “tabù” dei nostri tempi, e forse di ogni tempo nella storia dell’umanità: qual è il confine che separa il bene dal male? È vero che anche il più terribile dei mostri merita compassione? Siamo davvero artefici del nostro destino? E infine, fino a dove possiamo spingerci nel giustificare le atrocità commesse alla luce di una storia individuale di abusi e di dolore?

Trailer

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