Il Verdetto – The children act

Recensione di Nino Raffa

[Regia: Richard Eyre. Interpreti principali: Emma Thompson, Stanley Tucci, Fionn Whitehead, Antony Calf. Produzione: Gran Bretagna, 2017. Durata 105 min.]

Il mestiere disumano del giudicare

Non tutti apprezzano i Testimoni di Geova quando scampanellano alla porta, domenica mattina all’alba con l’urgente notizia della venuta di Cristo, intenzionato a castigare proprio noi. Tanto allarmisti sul Redentore, gli stessi Testimoni sono stranamente ottimisti riguardo a Satana, secondo loro comparso sulla terra solo nel 1914, come se prima ci fosse stato solo amore. Per questo e altro ancora, godono in genere di dubbia fama, in un mondo comunque abitato da ingenuità e fanatismi ben più pericolosi.

Tratto dal romanzo “La ballata di Adam Henry” di Jan McEwan, “Il Verdetto” s’inserisce nell’interstizio tra legge e morale secondo un antico dilemma risalente almeno all’Antigone di Sofocle.

Solita piovosa primavera londinese. Fiona Maye, magistrato presso la Sezione Famiglia dell’Alta Corte, si trova a decidere se un giovane Testimone di Geova, affetto da leucemia, debba ricevere una trasfusione. Lui e i suoi genitori si oppongono, in base alle fede che il sangue non sia biologia, ma sede dell’anima, come è scritto nella Bibbia; indisponibile identità assegnataci da Dio per sempre. (Idea forse meno curiosa di quanto sembri: un dilemma analogo, in chiave più attuale, si presenterebbe davanti a un futuribile trapianto del cervello; oppure al trasferimento di una mente in un altro corpo, o addirittura su un supporto non umano.)

Cercando di sgombrare il campo, il giudice Maye – scrupolosissima e ammirata per il sottile equilibrio delle sue sentenze – tiene a precisare che la giustizia dei tribunali si conforma al diritto e non ai mille sistemi etici/religiosi possibili: lei applica la legge e non la morale.

In assenza di trasfusione, Adam Henry morirà presto tra atroci sofferenze, oppure rimarrà gravemente menomato. Il giovane è quasi maggiorenne, quindi la legge stabilisce che la sua volontà – se veramente libera da imposizioni o condizionamenti – possa essere considerata nel verdetto. Di solito in questi casi il tribunale autorizza l’ospedale al trattamento coattivo con la massima urgenza; invece, irritualmente, il giudice Maye decide d’incontrare il ragazzo, sospendendo l’udienza.

Spostando pericolosamente i confini fissati da lei stessa, Fiona, nel momento in cui lascia il tribunale, i documenti e i testimoni, per conoscere Adam in ospedale, esce dal caso per entrare nella persona, e quindi in quell’altro mondo dalle regole meno chiare che aveva affermato di volere evitare. Incontrerà un giovane brillante, parleranno della malattia e di Dio, lui suonerà la chitarra e lei lo accompagnerà cantando una poesia di Yeats. Il giudice si convincerà quindi della sua maturità e della consapevolezza nel rifiutare la trasfusione secondo il suo credo religioso.

Adam di fatto è maggiorenne, solo per un formalismo di poche settimane tocca al tribunale l’ultima parola. Quando valori fondamentali entrano in conflitto, si deve scegliere un bene a scapito di un altro, ovvero il male minore. Com’era prevedibile, Fiona ordina le cure necessarie a salvarlo sentenziando che “Adam dev’essere protetto dalla sua religione e da se stesso, la sua vita è più importante della sua dignità.” Enunciato, anche questo, pericolosamente oscillante tra etica e legge.

Rivelazioni, tradimenti e ripensamenti

Quasi sessantenne, senza figli per scelta, molto focalizzata sulle responsabilità della sua carica, il giudice Maye ha pure una vita familiare. Negli stessi giorni Jack, il marito, la informa che intende concedersi un’avventura con una giovane donna. Notificandole preventivamente l’adulterio in nome della sincerità, dice di amarla ancora, ma le rimprovera fondate disattenzioni e freddezze erotiche di lunga data.

La fuga, dall’esplicito sapore sessuale, durerà qualche giorno appena, lasciando la prevedibile cappa d’incomprensione.

Trascorrono i mesi. Recuperata in fretta la salute, Adam è tornato alla vita normale. “Ero un tale imbecille” pensa di se stesso, ricordando che avrebbe voluto sacrificarsi a causa della sua fede che adesso rifiuta. Entra pure in conflitto con i genitori di cui ha colto la finzione nell’opporsi alla trasfusione, per apparire puri davanti alla comunità (e a se stessi), ma alla fine sicuri che il tribunale l’avrebbe ordinata comunque.

Privo di ogni riferimento, manda a Fiona messaggi senza risposta. La segue, riesce a consegnarle delle lettere ma viene congedato con freddezza. Insiste ancora in una seconda occasione, chiedendole addirittura di essere ospitato a casa sua. Lei gli ha ridato la vita, gli ha tolto Dio, il suo mondo e la famiglia, adesso in qualche modo ne è responsabile. Potrebbe nascere un rapporto madre-figlio che colmi i rispettivi vuoti, ma c’è altro. Fiona, turbata, dispone che Adam sia riaccompagnato a casa, ma nel momento in cui lo allontana non si sottrae a un bacio sulle labbra. È il passaggio più spiazzante della trama. Fiona aveva confessato al marito, riguardo ad Adam, di aver paura di se stessa, ma nulla aveva preparato un tale impulso. Potrebbe sembrare un’evitabile forzatura della storia; eppure la scioccante rivelazione rappresenta con molta efficacia quanto vuoto e fragilità – e quindi spazio anche per l’improbabile e l’avventato – possa esserci dentro l’armatura di Fiona. Dentro ogni armatura, specie quelle più ostentate.

Il giudice torna alla normalità del lavoro e al rapporto danneggiato con Jack.

Ottima pianista dilettante, ogni anno a Natale si esibisce davanti ad amici e colleghi. Poco prima del concerto apprende che Adam ha avuto una ricaduta. Ormai maggiorenne, si è ripreso la sua libertà (e forse la sua fede) rifiutando le cure.

La sentenza è stata solo una prova d’orchestra: il vero concerto è andato in scena dopo. Salvato nella legge, bisognava accompagnare Adam nel mondo, sfidando difficili equilibrismi. Fiona invece è stata ambigua nell’imporgli (come doveva) la vita per decreto, facendogli intravedere un’alternativa al suo mondo di valori e affetti, per poi allontanarlo, senza tentare neppure la giusta misura di un possibile rapporto.

Lo stesso motivo si ripete con Jack. Questi ha le sue colpe, ma è meno orgoglioso e più disposto a venire a patti con fallibilità e errori, mentre lei si trincera rigidamente dietro l’offesa del tradimento. Anche nel matrimonio si è sottratta, prima lasciandolo languire nella routine e poi affrontando (eludendo) la crisi dall’alto della regola formale di fedeltà.

Tutte le arti aspirano alla musica, secondo un famoso aforisma di Walter Pater; solo nella musica forma e materia coincidono. Fiona è caduta non come giudice, ma come musicista, ovvero essere umano chiamato all’arte virtuosistica di tenere insieme vita e regole. Materia e forma dissonanti, che tutti interpretiamo con esiti alterni nelle nostre esistenze.

Nell’ultima scena in cui, disfatta, finalmente torna a parlare con Jack, la scopriamo disarmata. Più aperta. Meno corazza e più persona.

Buona regia di Richard Eyre, fedele al raffinato racconto di McEwan. Ottima Emma Thompson, altrettanto Stanley Tucci (Jack), bravi gli altri comprimari. Una Londra intimista a fare da sfondo. Gli austeri palazzi istituzionali, le stradine pedonali intorno alla Corte di Giustizia, le classiche atmosfere, i campi lunghi plumbei dello skyline e del fiume. Fino alla panoramica finale sul cimitero di Kensal Green.

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