Il condominio dei cuori infranti

Recensione di Nino Raffa

[Regia: Samuel Benchetrit. Interpreti: Isabelle Huppert, Gustave Kervern, Valeria Bruni Tedeschi, Tassadit Mandi. Produzione: Francia, Gran Bretagna 2015. Durata: 100 min.]

Non sempre nomen omen, ma in questo caso più che mai cerchiamo di dimenticare il melodrammatico titolo italiano “Il condominio dei cuori infranti” per concentrarci sull’originale “Asphalte”. (Perché poi il distributore abbia prodotto tale ardita traduzione al supposto scopo di promuovere le vendite, rimane una bella domanda…) 

Ambientato in chiave surreale nel condominio di una banlieue francese – fatiscente insieme al prevedibile circondario – il film di Benchetrit intreccia con rigore tre (più una) storie rappresentative della commedia umana.

La sgangherata liaison tra due malati sul retro dell’ospedale: il misantropo Sternkowtiz e una stranita infermiera (Valeria Bruni Tedeschi, perfetta nel ruolo); le improbabili foto, false ma verissime, della polaroid con cui lui si spaccia fotografo; lo spaesamento, forse mai provato prima, d’incontrarsi e rivelarsi.

L’amore universale della magrebina Hamida: il suo essere madre di tutti. Le sigarette regalate ai secondini che le vietano di visitare il figlio carcerato; l’accoglienza familiare – mediterranea, con tanto di cous-cous – all’inverosimile astronauta americano Mckenzie, piombato in terrazza direttamente dallo spazio col suo bizzarro linguaggio; l’affettuoso slancio di questi nel ripararle lo scarico del lavandino, che continuerà comunque a perdere, perché nell’altro mondo della banlieue anche la NASA trova i suoi insuperabili limiti tecnologici.

L’amicizia tra Jeanne, attrice non più giovanissima precocemente dimenticata, e Charly, un liceale lasciato sempre solo dalla madre. Guardano insieme una vecchia pellicola in bianco e nero, dolorosa per lei e insignificante per lui; preparano la parte per un film che lei non reciterà mai. Comunque nella stessa stanza, non dietro due portoncini chiusi uno contro l’altro sul pianerottolo.

La quarta storia infine. Il fallimento. I due ragazzi seduti sulle scale dell’androne vedono solo l’asfalto dello squallido viale davanti a loro, e probabilmente sanno da dove viene lo strano rumore che incuriosisce gli altri. Conoscono le brutture del mondo, non nutrono curiosità e non si fanno illusioni. Stanno in terrazza a fumare, scende davanti a loro qualcuno dal cielo, e la cosa non li riguarda.

La regia

Una nota sinistra, un cattivo rumore metallico riecheggia ogni tanto nel film, ma alcuni dei personaggi la percepiscono come musica, come una specie di benevolo richiamo. Il cigolio di un cassone non è una melodia, l’asfalto non è un prato; ma sentire la bellezza nel suo opposto significa superare le proprie circostanze necessitanti. Significa essere vivi, ovvero custodire ancora una fiammella d’immaginazione – di creazione – a separarci dalla morte. Morte dell’anima nella miseria materiale della periferia, come nelle infinte periferie dello spirito che possono imprigionarci da qualsiasi parte.

Samuel Benchetrit è abile a maneggiare situazioni e personaggi in tanti finali aperti. Tratto da un testo autobiografico dello stesso regista, Asphalte sembra raccontarci, lungo un amaro filo d’ironia, quanto la salvezza – una zoppicante salvezza, comunque provvisoria – passi attraverso l’incontro con le persone giuste.

Figura grottesca e patetica, Sternkowtiz in una delle scene simbolo, fa l’umano miracolo di alzarsi dalla sedia a rotelle e camminare; forza la gabbia (intima) dell’ascensore e si avvia con andatura sghemba verso l’appuntamento con la sua infermiera. Forse non è un caso che gl’incontri riusciti del film siano fortemente asimmetrici: nonostante le diversità essenziali, in qualche modo possiamo incastrare le nostre strane membra in una forma nuova e (un po’) migliore.

Da vedere.

Trailer

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