Anatomia di un monologo – Kurtz e l’orrore in “Apocalypse Now” (1979)

Di Claudio Ceriani

 

Tra le molte magnifiche scene che caratterizzano “Apocalypse Now” di Coppola, ne spicca una che rappresenta il vero “cuore di tenebra” del film, quella del magnifico monologo che Kurtz imbastisce a beneficio del suo futuro carnefice.

Salta subito all’occhio l’impostazione iconografica del regista (chiaroscuro e penombra che proteggono letteralmente il corpo voluminoso di Brando/Kurtz e pochi scorci illuminati per intero nei quali si scorgono i volti di Willard e della concubina del colonnello, nonché un uomo sullo sfondo intento in una sessione di tai-chi). Protetto da questa semi-oscurità quasi placentale – un vero e proprio grembo oscuro – l’implacabile e inflessibile colonello mette a nudo la propria anima.

Il suo volto, solcato da graffi di pura luce, sembra scavato nella pietra e appena increspato da guizzi quasi impercettibili. Ogni tanto, Kurtz mastica qualcosa, come se l’atto comune di mangiare potesse conferire al tremendo resoconto che sta per fare una patina di normalità, mentre il silenzio di Willard e dello spettatore gli funge da eco.

Il monologo inizia con un’ammissione parziale – “avete il diritto di uccidermi, non di giudicarmi” – e prosegue con una convinzione intima dell’ufficiale – “bisogna essere amici dell’orrore” – una convinzione le cui radici affondano in un episodio decisivo, narrato con voce ferma eppure ancora parzialmente incrinata da impercettibile sbigottimento.

La determinazione di Kurtz

Rievocando la vaccinazione in massa di piccoli vietnamiti in un villaggio e la conseguente rappresaglia effettuata da un commando vietcong, Kurtz ammette dapprima uno sconcerto assoluto (“piangevo come una nonna…volevo strapparmi tutti i denti”), ma poi – con espressione quasi estatica – ammette di aver ricevuto da quel gesto di crudeltà – definito cristallino e puro – una vera rivelazione, come se fosse stato colpito “da un diamante in piena fronte”.

È stato allora che il colonnello ha compreso come il nemico fosse più forte nella determinazione di arrivare fino in fondo, un nemico che pure egli ritiene capace di slanci di tenerezza, composto da padri di famiglia (“erano uomini anche loro”), eppure pronto a non arretrare davanti a nulla, pur di arrivare alla vittoria. Una determinazione che genera in Kurtz un’incondizionata ammirazione (“che genio!”), perché i suoi nemici riescono a sopportare la loro stessa crudeltà.

Un atto che Kurtz non vuole assolutamente dimenticare perché ritiene quell’episodio emblematico della debolezza di un’intera civiltà che lui stesso rappresenta (“perché è il giudizio che ci indebolisce”) e considera quegli uomini come fusione perfetta di istinto primordiale e moralità.

La natura umana

Ed è in questa magistrale scena che il romanzo di Conrad e il film di Coppola combaciano. L’evento che ha trasformato Kurtz è, di fatto, un’epifania negativa che si manifesta al colonnello in quella drammatica circostanza.

Per la prima volta Kurtz afferra l’altro volto della natura umana, quello nascosto nella tenebra e di colpo non solo realizza l’inutilità di opporsi a una guerra asimmetrica combattendola in modo convenzionale, ma comprende altresì come l’etica anglosassone – il cui valore appariva erroneamente inattaccabile e capace da solo di vincere una guerra – denuncia la propria inadeguatezza nel fronteggiare una mentalità forgiata da secoli di privazioni e conflitti.

Come il suo omonimo nel Congo belga, Kurtz è incapace di reggere la verità; le sue convinzioni, radicatesi negli anni, si sfaldano lontano dalla civiltà che le ha partorite perché denunciano il loro limite in un contesto impermeabile alla Weltanschauung occidentale. Ne consegue una deflagrazione squassante nella mente del colonnello e una lacerazione della sua anima, mentre la vulnerabilità di cui egli si riteneva incapace, dopo essersi manifestata, si capovolge in crudeltà giustificata da un fine quasi morale.

Una volta toccata con mano la spietatezza e constatata la sua potenza, Kurtz non potrà fare altro che seguirne l’esempio, rimpiangendo di non aver avuto dieci divisioni formate da simili carnefici che, a suo dire, “avrebbero risolto i problemi”.

La confessione del colonnello ne anticipa l’esecuzione futura, avendo già chiarito come lui accetti la morte ma non il verdetto di chi lo vuole morto. Un messaggio che arriva direttamente dalla tenebra e che giunge non solo a Willard, suo attonito boia e Doppelgänger, ma anche allo spettatore, chiamato a osservare il vero volto della guerra senza poter distogliere lo sguardo.

Segue il monologo (nella versione originale del 1979).

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