Agnus Dei

di Nino Raffa

[Regia: Anne Fontaine. Interpreti: Lou de Laage, Agata Buzek, Agata Kulesza. Produzione: Francia-Polonia, 2019. Durata 115 min.]

 

Polonia, dicembre 1945. Manca tutto. Bande di piccoli orfani vivono d’espedienti sulla strada. In un convento di suore benedettine il passaggio dei liberatori russi ha fatto rimpiangere i nazisti, e mezza dozzina di religiose adesso aspettano un bambino. Rischiano di essere cacciate con ignominia, respinte dalle loro famiglie d’origine e quindi destinate a morire di fame con i loro piccoli; lo stesso convento potrebbe essere chiuso per immoralità dal nuovo governo comunista ostile alla Chiesa. Stretta da queste necessità la Madre Superiora decide di fare partorire le consorelle in segreto, occupandosi poi personalmente di affidare i neonati a qualche famiglia disponibile. Almeno così fa credere inoltrandosi nel bosco innevato con i neonati dentro la cesta.

Intanto, una delle puerpere sta male e una novizia di sua iniziativa, porta al convento una dottoressa della missione militare francese che salva donna e bambino praticando d’urgenza un taglio cesareo. Non è sua competenza curare i polacchi, deve nasconderlo ai superiori, ma da questo momento tornerà al convento molte volte.  

Recensione

Agnus Dei è una partita a quattro tra due suore polacche, una dottoressa straniera d’idee comuniste, e Qualcuno che non si vede perché potrebbe non esserci o essere diverso. Se Dio è buono, da dove viene il male? si era chiesto già S. Agostino. E davanti allo stupro personale e delle compagne, e alle ulteriori catastrofiche conseguenze, se lo chiedono la Madre Superiora e suor Maria, la sua assistente. Cristo è l’Agnus Dei, la Vittima che toglie i peccati dal mondo – così recita la liturgia –, ma ci sono vittime e sacrifici che sembrano soltanto moltiplicare il male. Le suore pregano in polacco e in latino ma non sentono risposte. È il Silenzio di Dio innanzi ai fatti più tragici; sensazione di abbandono celeste patita anche da molti internati nei lager. Assenza che può scardinare qualunque fede. Nel convento delle benedettine il Silenzio di Dio è anche fisico: manca il cappellano e non si celebra la Messa. In tutto il film non si vede l’Eucarestia. Soltanto qualche scarno Crocifisso.

La Madre Superiora (l’ottima e tormentata Agata Kulesza) affronta il male terreno all’unico livello che la sua coscienza riconosce vero, quello trascendente, confrontandosi direttamente con Dio. All’apparenza reagisce alla Sua assenza decidendo per Lui chi salvare (le monache) e chi sacrificare (i neonati), ma in realtà sfida Dio stesso, consegnando i bambini sotto la Croce in mezzo alla foresta. “Tu hai consentito questo male, Tu devi risolverlo.” La sfida è totale. “So, facendo così, di peccare, ma non voglio avere debiti. Ho già pagato col mio corpo, e pagherò ancora trascurando l’infezione che mi consuma e soffrendo fino alla morte.”

Nel Vangelo è scritto: “Voglio misericordia e non sacrificio”. La tragica grandezza della Superiora, il desolato orgoglio, il perverso collasso della sua fede, sta nell’inversione di questi termini: è posseduta dal sacrificio e abbandonata dall’amore. 

La più giovane suor Maria (Agata Buzek perfetta nel ruolo con la sua figura ieratica da dipinto fiammingo) è la positiva controparte della Badessa. Forse limita i danni della violenza subita (non solo quelli fisici) per essere stata, prima della vocazione spirituale, donna anche nel senso carnale del termine. Più compromessa col mondo, quindi anche più duttile e completa nell’affacciarsi sull’abisso tra cielo e terra. La sua perplessa Provvidenza, puntellata da un minuto al giorno di speranza, attraversa illesa tutto il racconto.

Mathilde (un’efficace Lou de Laage) è il medico francese che porta nel convento la razionalità della scienza, e forse il suo credo comunista. Le suore, dopo una prima resistenza, finiscono per crederla inviata dalla Provvidenza, ma Anne Fontaine, che sembra adottare il suo punto di vista nel dare senso alla storia, non sembra d’accordo. In Agnus Dei, se Dio c’è, non è Padre (le figure maschili praticano un amore piuttosto basso e quasi mai consensuale), né Madre (non si dà risalto alla Madonna nel convento). Mathilde-Fontaine crede meno al cielo che alla terra; ed in particolare crede alla donna su questa terra. Alla donna che pratica una professione, che gira da sola in ambulanza attraverso la campagna infestata dalla soldataglia, che senza aspettative condivide il letto con un collega, libera per quanto possibile nello spirito e nel corpo, anche fuori dalle regole se pensa così sia giusto. Donna che sa, sceglie e rischia, senza che qualcun altro (terreno o celeste) la protegga; donna che paga: anche Mathilde, di ritorno dal convento, subisce l’infame oltraggio dei soldati.

Donna prima di tutto, ma anche madre. In Two Mothers, Fontaine aveva affrontato, in chiave anche fisica, un testo di Doris Lessing sull’amore incrociato di due amiche per i rispettivi figli, ambientato sulle spiagge dell’Australia contemporanea; qui, in un contesto che non si può immaginare più lontano, rappresenta una carrellata di altri destini materni estremi. In generale la maternità-paradosso di donne che hanno fatto l’opposta scelta di castità e ritiro dal mondo, ma pure la maternità-evasione della novizia che ormai pensa di mettere su casa col suo soldatino russo da cui si è sentita difesa, e la maternità-suicida della suora che si lancia nel vuoto intuendo l’uccisione del figlio, e la maternità-ricusata dell’altra che lascia il suo neonato al convento prendendo la via del mondo, fino alla maternità-assassina della Madre Superiora.

Del male possiamo conoscere solo questa dimensione, ed è quindi qui che va combattuto. Il lieto fine inventato da Mathilde – che la Madre Superiora, avvinta nella sua battaglia metafisica, non poteva immaginare – consiste nell’accogliere i trovatelli del circondario nel convento, giustificando così la presenza dei neonati e salvando l’onore delle suore. Una foto finale ritrae madri e figli insieme sotto il portico.

Film femminile nel miglior senso del termine, Agnus Dei è molte cose insieme: sensibilità e sospensione rispetto agli eventi che ci sovrastano, ricerca di senso, sofferenza e perdita, ma soprattutto speranza pur nelle condizioni più avverse. Un messaggio positivo sulla vita, senza retorica o romanticismi. Ogni salvezza è precaria, ma tentare rimane l’unica possibilità che può accadere di guadagnarsi. Perché le donne sono realiste, oltre che coraggiose.

Trailer

One thought on “Agnus Dei

  1. I miei complimenti per un post davvero eccellente e ricco di spunti. Ricordo di aver visto il film alcuni anni fa e di averlo trovato buono, sebbene non straordinario. L’impressione è che in questa “partita a quattro” (definizione che, forse involontariamente, richiama il titolo di un film di Lubitsch), il Qualcuno venga interpretato dalla protagoniste con la rispettiva visione del mondo, misericordiosa, idealista o spietata che sia. Di fatto, la pellicola mostra lo spaccato di un mondo racchiuso tra mura che vorrebbero essere protettive e rassicuranti come la liturgia che le suore praticano, ma nel quale irrompe, nel modo più tragico possibile, il mondo esterno a destabilizzare equilibri comunque precari. In un’ottima recensione, Eddie Bertozzi sottolinea come il vero motivo orrifico del film sia il rifiuto della maternità – quanto mai contro natura per una donna ma “adeguato” alla visione monacale – aggiungendo inoltre che: “In questa ostinazione che lotta pervicacemente per mantenere la propria supposta innocenza in un regime di autarchia spirituale, sembra quasi che il film voglia suggerirci un parallelo con le future strutture degli stati comunisti dell’Europa orientale, che nel tempo della storia già incalzano e bussano alle porte del convento.”
    Giusta l’osservazione dell’elemento femminile che prevale nel film – le figure maschili sono di contorno o sono fortemente negative – sebbene sia un elemento comunque drammaticamente scisso tra dovere e pietà, misericordia e durezza.

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