7 minuti

7 minuti

[Regia: Michele Placido. Interpreti: Ambra Angiolini, Cristiana Capotondi, Fiorella Mannoia, Maria Nazionale, Violante Placido. Ita, Fra, Svi, 2016. Durata: 92 min.]


di Nino Raffa

Il controllo di uno stabilimento tessile italiano passa a un gruppo francese e trecento operaie temono la chiusura o licenziamenti di massa. La nuova proprietà propone invece la riduzione di appena 7 minuti di pausa pranzo. Le undici rappresentanti del consiglio di fabbrica dovranno accettare questa piccola condizione, apparentemente quasi indolore, oppure opporsi in nome di un principio, rischiando danni molto maggiori. Cedere un millimetro oggi, significherà cedere domani e cedere sempre, percorrendo all’indietro la strada dei diritti e della dignità: trent’anni fa la pausa pranzo era di 45 minuti, adesso 15 che si vorrebbero ridurre a 8.

Tratto da un testo teatrale, “7 minuti” è un film dall’ottima scrittura, ben recitato e sceneggiato in unità di tempo, luogo e azione. Novanta minuti di fabbrica in cui si discute senza che succeda niente, coinvolgono lo spettatore in un dialogo serrato senza cali di tensione. Notevoli tutte le protagoniste, con una menzione speciale per la perfetta maschera (in latino, persona) di Ottavia Piccolo, interprete di Bianca, l’operaia veterana che vede lontano nel passato, e quindi nel futuro.

Il film

Film alla Ken Loach, crudo e duro. Di parte. Di sinistra, nel senso grave e talvolta tragico del termine. C’è la frammentata classe operaia post moderna, fatta di extracomunitarie, di ragazzine rasate e tatuate, di mogli di disoccupati a vita, di madri che non arrivano a fine mese, di operaie incidentate promosse all’invalidità in ufficio in cambio di dichiarazioni compiacenti, di vecchie operaie che hanno aggiornato Marx senza metterlo da parte; e pure – inevitabilmente – non manca chi deve mantenersi il posto tra le lenzuola del capo. Classe operaia che non è più classe, divisa e polverizzata da rivalità, invidie, diffidenze e razzismi, ma soprattutto da estrazioni, esperienze e quindi linguaggi diversi. Scomposte sensibilità e necessità che si affronteranno in un drammatico consiglio di fabbrica, testimone delle ragioni della dignità contro quelle della paura.

Film di parte, s’è detto, con i padroni vecchi e nuovi uniti nell’irresponsabilità sociale, nell’egoismo e nel cinismo, ammantati di buone maniere e politicamente corretto. Loro sì classe sociale, quasi a confermare il celebre incipit di Tolstoj sulla similitudine di tutte le famiglie felici, contro la disgraziata varietà di quelle sfortunate. Madame Rochette, la rappresentante della nuova proprietà, ha fretta di tornare a Parigi in serata per festeggiare il nipotino.

Cosa manca?

Manca il fuori. La globalizzazione, la robotica, l’intelligenza artificiale e la stampa 3D. Mancano i padroni invisibili, remoti, asettici e ciechi della finanza, nei cui confronti i fratelli Varazzi e Madame Rochette, che almeno in fabbrica ci stanno, sono anche loro lavoratori. E per contrasto manca il governo dei fenomeni sociali nell’interesse dei deboli, e quindi una Politica degna di questo nome.

A gettare tutto questo sul tavolo del consiglio di fabbrica addosso alle nostre operaie si sarebbe scritta una storia più complicata e disperata. Le undici donne sentono la responsabilità per tutte le colleghe dello stabilimento, e anche per quelle che verranno e per le altre che lavorano altrove; come se la loro decisione facesse qualche differenza, e i giochi (sulla loro pelle) non fossero comunque fatti.

Rimane il valore morale e sociale di “ 7 minuti ”. Le battaglie perse vanno comunque combattute, e anche raccontate. Meglio se bene, come in questo caso.

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