Spotlight

Spotlight: non uno scandalo ma una storia di giornalismo puro

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Qualche regista l’ha sottinteso, qualcuno l’ha sussurrato, altri hanno reso l’argomento pruriginoso e morboso.
Il regista Thomas McCarthy ha avuto la freddezza e l’intuito necessari per rendere questo film quanto di più simile ad un capolavoro nel suo genere.
Basato su reali fatti di cronaca avvenuti a Boston a inizio del 2000,  Spotlight sostiene benissimo tutti i suoi 120 minuti grazie ad un’ottima regia minimale, un solido cast, la scrittura pulita e precisa della sceneggiatura.
Nel 2001 arriva al Boston Globe il nuovo direttore Marthy Baron che assegna ad un piccolo gruppo di giornalisti d’inchiesta, chiamato appunto Spotlight, il difficile compito di svelare cosa si nasconda dietro i casi di abuso sui minori avvenuti presso la diocesi della città e di come il potere cattolico s’insinui in ogni struttura e istituzione del posto. Inizia quindi un tortuoso percorso alla ricerca della verità, lottando con documenti nascosti, scontrandosi con avvocati senza scrupoli ma soprattutto la paura e il timore delle vittime. Una battaglia che ricorda quella senza vittoria di Don Chisciotte. La sceneggiatura sapiente e minuziosa non mette al centro dell’attenzione la pedofilia, non vuole scandalizzare lo spettatore, guardare dallo spioncino e non cerca la lacrima facile. Non vuole nemmeno porsi troppe domande sui motivi che si celano dietro questo comportamento umano. E forse nemmeno le risposte. Perché non c’è nessuna risposta ragionevole a tutto ciò.
Quello che ci propone con maestria è invece una storia di giornalisti che si focalizzano sul proprio lavoro, sulle indagini complicate e sfuggevoli, mostrandoci tutto ciò che c’è dietro un articolo e quando la verità comincia ad emergere, con tutta l’aberrazione che comporta, l’iniziale scetticismo verso l’argomento scompare per lasciare il posto alla comprensione della vastità di un caso più gravoso e complesso di quanto si potesse immaginare.

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Il film ha il grande pregio di aver plasmato i fatti reali sui membri del cast, composto da Mark Ruffalo, Michael Keaton, Rachel McAdams, Liev Schreiber e John Slattery. Ognuno ha il suo compito preciso e non percepiamo mai gli attori ma vediamo solo i ruoli che interpretano alla perfezione. In questo film l’ottimo cast gioca di sottrazione: nessuno cerca di risaltare sugli altri, recitano in modo coeso riuscendo a differenziarsi ed esaltare i personaggi allo stesso tempo.
Tale equilibrio magistrale è dovuto alla perfetta direzione degli attori da parte del regista Thomas McCarthy, lo stile minimale non cerca virtuosismi ed esercizi di stile, in modo da non togliere l’attenzione dalla storia che, se avesse trattato di un scandalo meno eclatante, forse non avrebbe attratto così tanto la critica, vista l’unica piccola pecca che è la mancanza di empatia. Ottimo film, degno del premio conquistato.

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