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Sharknado: la ricetta di un improbabile successo

Sharknado

di Paolo Fiorino

Prendi una manciata di violenti tornado, aggiungi degli squali, tanti, tantissimi squali, unisci un pizzico di vecchie glorie del cinema e dei serial televisivi anni 90, come Ian Ziering, Bo Derek e David Hasselhof,  e servi il tutto in salsa splatter. Cosa può uscire da una simile ricetta? Nulla di buono, si direbbe, e invece il risultato è insperatamente divertente e godibile.

Partiamo dalla trama:

un tornado solleva un branco di squali affamatissimi, e molto nervosi, e lo scaraventa su una città inerme. I nostri eroi dovranno sudare le proverbiali sette camicie per salvare la situazione a colpi di motosega e improbabili esplosioni di bombole di gas.

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La trama è tutta qui ed è talmente inverosimile, al limite del delirio, e così tanto improbabile da sconfinare nella genialità, tanto che regge senza problemi, con poche variazioni, non per uno ma addirittura per quattro film.

Tutto in questa saga è improponibile: la regia che sembra farsi beffe della logica, il montaggio che pare frutto di un delirio alcolico, gli effetti speciali che sembrano fatti con il Commodore 64, la recitazione che è così approssimativa che a volte gli attori stessi stentano a trattenersi dal ridere di quello che stanno facendo.

Eppure la saga degli squali volanti, a dispetto di tutto, è diventata in breve tempo un vero cult nel suo genere e ogni apparizione di un nuovo film, con immensa gioia di produttori e attori, scatena un vero Tweet-nado di commenti ironici.

I film della serie di Sharknado sono indubitabilmente orribili, eppure milioni di appassionati in tutto il mondo aspettano con impazienza di vedere il prossimo delirante episodio. Quale potrebbe essere il motivo di questo, a dire il vero poco, incomprensibile successo?

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Ci troviamo di fronte a una serie di cause: l’indiscutibile capacità degli sceneggiatori di costruire situazioni paradossali a una velocità infinitamente superiore a quella in cui la mente dello spettatore può assimilarle, l’assenza di un qualsiasi limite, oserei dire di vergogna, nella costruzione delle scene: se un evento è fisicamente impossibile nella realtà, potete stare certi che in Sharknado troverà la sua realizzazione, e l’inesauribile capacità di non prendersi mai sul serio che pervade l’intera serie.

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Lo spettatore, di fotogramma in fotogramma, viene spinto sempre più in profondità in un mondo in cui è difficile separare ciò che è ironia da ciò che è mascherato da umorismo involontario, ma che in realtà è frutto di una  furbesca e razionale costruzione.

Sharknado, in fin dei conti, è bello perché è così infinitamente brutto che arriva a far scattare nello spettatore la voglia di scoprire cosa succederà nel prossimo fotogramma, cosa sarà partorito dalle menti così assurdamente geniali degli sceneggiatori.

Quindi, se non temete i denti aguzzi, preparate le motoseghe e … appuntamento al quinto episodio!

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One comment to Sharknado: la ricetta di un improbabile successo

  • Irma  says:

    Io li ho visti tutti e li trovo stupidamente divertentissimi, proprio perché sono totalmente assurdi. La ricetta funziona, la stessa applicata per fast and furios: mai prendersi sul serio.

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