(O)scene da un matrimonio

Al trash non c’è mai fine: (O)scene da un matrimonio

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Siete proprio sicuri di aver visto, e schivato, in tv tutto il trash disponibile?
L’Isola dei famosi, quella di Luxuria dove ci si conosce e innamora completamente nudi, gli inesplicabili tronisti che poi ritroviamo sull’isola di prima e poi di nuovo in fiction che, a paragone d’interpretazione, il cane Rex (Akim all’anagrafe) potrebbe essere candidato all’Oscar, tali le capacità interpretative, dell’attore s’intende non del cane, e poi si reiventano giudici di qualche arte che non conoscono affatto. Oppure credete che il massimo del kitsch vissuto sia la visione degli abiti di scena della D’Urso o il suo farsi chiamare dottoressa, o il suo vezzo di dare del tu a persone titolatissime, per poi farsi rispondere col lei. No. Voi non avete visto niente. E non sto parlano nemmeno della serie Spose sorelle, dove un mormone espone le sue sette mogli e i suoi innumerevoli figli e nemmeno la saga de Il mio grasso grosso matrimonio gipsy.
Io sto parlando di questo:
Il Boss dei matrimoni.

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Tale soggetto gestisce una sontuosa quanto pacchiana mega villa con mega piscina e mega giardini e mega elicotteri, maxi carrozze tra le quali la “grande barocca” che generosamente lascia a disposizione solo di alcuni eletti sposi. In questa villa si svolgono battesimi, compleanni, comunioni e matrimoni. (Il valore è stimato intorno ai 30 milioni di euro, secondo intercettazioni dell’antimafia).
Il tutto è talmente kistch, pacchiano, volgare, trash, che mancano persino ulteriori definizioni: forse petaloso potrebbe andar bene.

Gli sposini esibizionisti chiedono a don Antonio Polese l’onore di ballare con la sposina che somiglia quasi sempre ad una ballerina di lap dance (tanto per gradire) e che il pasto deve essere talmente abbondante da “essere buttato”. Menù tipico: antipasto di molluschi crudi (da qui si capisce se sei un poraccio o ti puoi permettere O’ matrimonio), antipasto di terra e uno di mare (un altro, non quello di prima), fritto misto al momento, mozzarelle fatte a mano, tre primi, tre secondi, sfilata del “marinariello”, un bambino travestito come a Carnevale che trascina una barchetta con vari pesci a mollo e che s’inchina davanti al tavolo imperiale (quello degli sposi), poi un intervallo con o’ pere e o’ musso (tanto per mantenere il livello) e poi via ai balli con una turnazione di cantanti neomelodici, che Sanremo sembra l’oratorio del più sperduto paesino dell’entroterra calabro lucano (non se l’abbiano a male i calabro lucani). Di solito si comincia alle 15 e si finisce alle 5 del mattino con una pasta e fagioli o, in alternativa, una linguina alle vongole. E poi danza del ventre, spogliarellisti (anche ai compleanni di sedicenni addobbate come la Bellucci al red carpet), parenti al karaoke o che s’improvvisano ballerine di hip hop.

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Don Antonio vive nelle sue stanze tra quadri di Mario Merola incorniciati d’oro, ritratti ad olio di tutti i suoi avi e sua progenie (peraltro orrendi) e si diletta a scrivere le sue memorie dettandole ad una nipote e pagando la casa editrice (vorrei essere io quell’editore, visto che ne ordina 1000 copie a botta), e ne fa gentile omaggio a chi gli sta simpatico.
Quando guardo questo strambo programma mi viene da pensare se non sia un esperimento antropologico per studiare il comportamento umano in determinate situazioni, tra l’altro nessun protagonista si è mai reso conto di quanto vengono presi per i fondelli.
Don Antonio e family è appena passato per le aule del tribunale per aver concesso i suoi saloni alla figlia di un boss della camorra.
Anche quello che luccica a volte puzza.

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