Rita Hayworth: la dea dell’amore

Rita Hayworth: la dea dell’amore

Daniela Catelli

Se mai è esistita una Dea dell’amore nella sua incarnazione terrena, doveva essere proprio Rita Hayworth. Fu proprio questo uno dei soprannomi che le venne dato. Fu una bellezza atomica, creata ad arte partendo da una base già di suo ottima, che trasformò Margarita Carmen Cansino, vivace brunetta nata da padre spagnolo e madre americana, entrambi ballerini, nella splendida pin-up dai capelli ramati che accompagnò in effigie il bombardiere che sganciò la bomba atomica di prova sull’atollo di Bikini. Dai suoi aveva ereditato il talento per la danza (Fred Astaire la considerava una delle sue partner migliori di sempre, superiore a Ginger Rogers) e al cinema conquistò i cuori di tutti gli uomini degli anni Quaranta e Cinquanta. Più che un’attrice, però, continuò a considerarsi una ballerina per tutta la vita. Che fu breve, costellata di amori importanti, e per lo più infelice. Morì infatti a 68 anni, quindici dopo la sua ultima apparizione sul grande schermo nel western con Robert Mitchum e Frank Langella La collera di Dio. Era il 14 maggio 1987 ed era da un pezzo sparita dalla circolazione. Già da quando ne aveva poco più di 40 soffriva del morbo di Alzheimer, che non le era stato diagnosticato, peggiorando la sua situazione lavorativa e sentimentale. Gli ultimi anni, per la figlia Yasmin Aga Khan che la assisté fino all’ultimo, furono un vero inferno.

Quando arriva a Hollywood, nel pieno fulgore dello Studio System, la giovane ballerina viene messa sotto contratto prima alla Fox poi alla Columbia, dove le cambiano il nome in Rita Hayworth e la sottopongono a lunghe e dolorose sedute di elettrolisi per alzarle l’attaccatura dei capelli, tinti del caratteristico colore da allora associato alla sua immagine. Erano tempi in cui, ancora più di adesso, per bella apparire si doveva veramente soffrire e nessuna star hollywoodiana adulta arrivava al successo con un look acqua e sapone, a meno che non avesse iniziato la carriera da bambina come Judy Garland ed Elizabeth Taylor. Nemmeno la coriacea e ribelle Bette Davis, agli inizi, fu in grado di opporsi ai look imposti dallo Studio, che in alcuni casi la rendevano ridicola. Questo non avvenne con Rita, che colpì immediatamente l’immaginazione popolare, diventando in breve tempo una delle dive più richieste – e redditizie – di Hollywood.

Dopo Bionda fragola con James Cagney, realizzato mentre era in prestito alla Columbia e dove ebbe il ruolo di seconda protagonista femminile, le vennero affidati solo parti di primo piano, nei due splendidi musical con Fred Astaire, L’inarrivabile felicità e Non sei mai stata così bella, e in film che la vedevano in ruoli decisamente più sensuali e torbidi come Sangue e arena con Tyrone Power e il mitico noir Gilda, dove creò il personaggio che più influì sulla sua vita privata, con la sua prorompente bellezza, la sensualità e il fascino quasi ultraterreno, fin dalla sua prima apparizione di fronte allo sbigottito Glenn Ford per proseguire con il celebre ballo sulle note (doppiate) di “Put the Blame on Mame”. “Gli uomini andavano a letto con Gilda e si svegliavano con me”, fu una delle sue amare dichiarazioni. Diceva anche di essere timida e insicura, una brava persona che si innamorava sempre di uomini cattivi.

Ebbe cinque mariti di cui due molto famosi. Come Marilyn, in cerca di conferme si rivolse a un intellettuale. Fu fatale l’incontro col genio libero e crudele di Orson Welles, il grande amore della sua vita, con cui rimase quattro anni prima di gettare la spugna. Da lui ebbe la figlia Rebecca, con cui entrambi persero ogni contatto e che è morta di cancro, ancora giovane e lontanissima dal glamour del mondo del cinema, nel 2004. Welles fece da Pigmalione a Rita, o almeno ci provò: le fece tagliare le lunghe chiome che le tinse di biondo platino e ne fece la protagonista dello splendido noir La signora di Shangai, un classico della storia del cinema e forse il primo in cui lei recitò da vera attrice. Fu lei la prima star di Hollywood a diventare principessa, prima di Grace Kelly, sposando dopo il divorzio da Welles il playboy , giocatore e appassionato di cavalli Ali Aga Khan, principe islamico, in un matrimonio durato 4 anni e ancora una volta non riuscito, che le lascio un’altra figlia e ulteriori amarezze.

Nonostante le sue turbolente vicende private, però, la sua carriera proseguì ad alti livelli con film come Gli amori di Carmen, Salome (dove si esibì in una danza dei sette veli mozzafiato), Trinidad, dove la affiancò di nuovo Glenn Ford (con lui fece anche La trappola mortale), Pioggia e nel musical Pal Joey con Frank Sinatra, che sul set si comportò in modo scortese e poco professionale rifiutandosi di provare le scene di ballo ma le concesse poi il primo nome in cartellone. Per i suoi problemi di salute e di alcolismo, i suoi impegni di attrice si diradarono negli anni Sessanta, dove ottenne comunque la sua unica candidatura al Golden Globe per Il circo e la sua grande avventura, dove recitò con Claudia Cardinale, all’epoca nel pieno della sua gioventù e bellezza. In Il papavero è anche un fiore, un action all star, apparve insieme a Marcello Mastroianni e nel 1968, cinquantenne, fu diretta da Duccio Tessari in I bastardi, con Giuliano Gemma e Klaus Kinski. Erano gli ultimi, tristi fuochi di un’attrice che sarebbe stata costretta a lasciare il set di lì a pochi anni, un’ombra di quello che era stata nei suoi giorni migliori. Ma la magia del cinema è quella di rendere immortale una persona colta nel suo momento di massimo fulgore e per questo Rita Hayworth resta e resterà per sempre una delle immagini più perfette di un ideale femminile capace di abbagliare entrambi i sessi, nonostante la fragilità e il dolore della donna mortale che c’era sotto.

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