Il quartiere Coppedè

 

Il quartiere Coppedè: un set misterioso nel cuore di Roma

di Antonella Mattei

Molte zone di Roma sono per propria natura dei set a cielo aperto, ma nel cuore della metropoli, cabirianel ventre della Roma bene, a due passi dal celeberrimo Piper, esiste un quartiere, una piccola cittadella magica ed incantata che ha da sempre attratto molti registi.

Il fascino del quartiere Coppedè è difficilmente spiegabile: malia, angoscia, paura, fascinazione, tutto ciò circola tra le strade e le piazze del quartiere realizzato dall’architetto fiorentino Gino Coppedè. Un visionario sicuramente, forse un massone, visti i simboli che si riscontrano in ogni arco, fontana, torrione e poi quel terrificante lampadario in ferro battuto che penzola dall’arco che accoglie i visitatori: ricordo bene i brividi che mi attraversavano ogni volta che ci passavo sotto mentre cigolava nella luce soffusa dei tramonti romani. Proprio quest’arco ritroviamo in Cabiria  (1914), film italiano di Giovanni Pastrone con sceneggiatura di D’Annunzio che da subito ha saputo cogliere il fascino di questo set tutto da scoprire.

La ragazza che sapeva troppo

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Nella piazza principale, piazza Mincio, c’è un palazzo dal portone la cui entrata è creata da archi concentrici che creano ideologicamente una bocca intenta ad ingoiare ogni cosa, sicuramente misteriosa e oscura e molti registi l’hanno introdotta nei loro film: nel 1960 Mario Bava nel film “La ragazza che sapeva troppo”, il regista ci fa recare la protagonista, in una notte oscura, dopo aver ricevuto una lettere anonima.

Il profumo della signora in nero

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Nel 1974 Francesco Barilli  sfrutta tutto il palazzo per il suo “Il profumo della signora in nero”, l’interno si presenta come un inferno dantesco, dove ogni piano è un girone infernale, dietro ad ogni porta si nascondono segreti, fantasmi e incubi irrisolti. Tutto il film gira intorno al quartiere, che di per sé è pieno di simboli, sembra sempre di non riuscire a distinguere la realtà dalla fantasia, e questa è anche la caratteristica dell’opera dell’architetto, che ha riempito le palazzine e i villini del quartiere di disegni, scritte, richiami a mondi fantastici, citazioni con il passato e con leggende, simboli massonici ed esoterici.

Il presagio

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Troviamo poi “Il presagio” (1976) di Richard Donner,  l’entrata citata è quella della dimora del protagonista,  un ambasciatore americano. L’entrata del palazzo e l’arco del quartiere sono il simbolo di una Roma misteriosa e sconosciuta dove  strisciano pericoli nascosti da figure solo apparentemente innocue. Il regista voleva mostrare una Roma non stereotipata, ma da scoprire, tenebrosa e maestosa allo stesso tempo.

Inferno e L’uccello dalle piume di cristallo

E ora Dario Argento, che ha un vero e proprio debole per il fascino di questo quartiere.

“Inferno” (1980): la famosa entrata è quella della biblioteca romana dove Eleonora Giorgi si reca per cercare il libro delle “Tre madri”, in questo film  la “bocca-porta” di piazza Mincio è davvero una caverna dove entrare, carica di mistero e di culture celate, forse mai esistite. Oltre alla famosa porta il regista ha scelto più volte di catturare immagini e creare sequenze, tra le belle vie e in alcuni dei palazzi di questo quartiere, per raccontare  storie, mentre, lo spettatore vive, sente, vede e percepisce l’alchimia del posto. Il quartiere Coppedè è stata la location d’eccezione per due delle pellicole più famose del regista romano: Inferno (1980) e L’uccello dalle piume di cristallo (1970).

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La vita del quartiere è un mistero. Non ci sono nomi sui campanelli, le strade sono sempre deserte benché abitate; non si riesce a vedere nulla dalle recinzioni di ferro che sovrastano i già alti muretti e la fitta vegetazione costituita da rovi e palme che convivono come fosse tutto normale, il silenzio pervade questa piccola zona d’ombra di una metropoli caotica. Location adatta per il genere horror e per una gita turistica, magari in un giorno di sole.

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Per ulteriori curiosità sul quartiere Coppedè

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