Lilyhammer

Lilyhammer: un mafia da ridere, o quasi.

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Le tre stagioni della serie televisiva Lilyhammer fanno decisamente sorridere, a patto, però, che non si vada a guardare troppo per il sottile. Appartenente al genere commedia drammatica, la serie è stata prodotta dal 2012 al 2014 da Norvegia e Stati Uniti (e le influenze nordiche si vedono) e vede come protagonista l’attore Steven Van Zandt nei panni di un mafioso italoamericano, trasferitosi a Lilyhammer per sottrarsi alla vendetta dei suoi compari, dopo che ne aveva denunciato l’operato.

Le tre stagioni portano sul piccolo schermo le vicissitudini di Frank, divenuto ormai Johnny Henriksen, nel suo tentativo di integrarsi nella mentalità norvegese o di plasmare quest’ultima alle sue abitudini newyorkesi e mafiose. I personaggi di contorno (quasi tutti attori scandinavi) sono altrettanto surreali e caratterizzati da quegli aspetti che l’intera serie ha probabilmente voluto sottolineare, enfatizzando i luoghi comuni di entrambe le mentalità e culture. Da una parte la fredda logica del nord, supportata da una sorta di ingenuità istituzionalizzata, che nasconde però segreti e segretucci pronti per essere captati da Frank e abilmente usati per raggiungere i suoi scopi, e dall’altra lo spirito goliardico e “caciarone” del nostro mafioso che sembra la caricatura tipica di come si pensi debba essere un gangster americano.

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Lilyhammer va visto senza troppo soffermarsi sull’opportunità di voler far emergere una figura criminale, facendola sembrare simpatica, buonista e portatrice di quella giustizia che le istituzioni, con la loro rigida burocrazia, non sono in grado di dispensare. Noi, che con la mafia ci viviamo, sappiamo bene che un messaggio del genere non può essere realistico né, tanto meno, giustificato. Tuttavia, la serie non vuole essere di denuncia e non vuole dipingere alcuna realtà, altrimenti anche i norvegesi finirebbero per uscirne con le ossa rotta e con un quadretto poco edificante di alcune malsane abitudine che tentano di tenere celate, nonostante la tanto sbandierata civilizzazione del sistema.

In realtà, Frank non è altro che il mezzo per far emergere difetti comuni e umani che nessuna mentalità, costume e civiltà sono stati in grado di debellare: la corruzione, la violenza, la collusione, l’inettitudine e il potere. Ciò che diventa gradevole, nella visione della serie, è proprio l’estremizzazione di alcuni comportanti, al punto da sfatarli e renderli ridicoli, dunque meno terrificanti. Tuttavia, dietro al sorriso non bisogna mai dimenticare che il renderli più divertenti non vuol dire neutralizzarli ma, forse, imparare a combatterli con meno ansia.

 

 

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