La rivoluzione delle serie è finita, Netflix e Amazon sono la nuova tv

La rivoluzione delle serie è finita, Netflix e Amazon sono la nuova tv

Progetti coraggiosi e d’autore cancellati in favore di show su auto e cowboy. È iniziata l’era della normalizzazione? A Londra dicono: ora è meglio la Bbc

di CATERINA SOFFICI

Ogni rivoluzione ha la sua normalizzazione. E sembra che alla regola non sfugga una delle grandi rivoluzioni dell’ultimo decennio: quella delle serie tv. L’era pionieristica aperta da Netflix è al capolinea? Speriamo di no, ma i segnali non sono positivi.

Erano in pochi, all’inizio, a frequentare quella nicchia di web. Era un po’ come entrare in una libreria indipendente e andare alla ricerca di libri fuori catalogo, ululando dalla gioia per un remainder introvabile. Era una comunità ristretta di drogati delle serie web, che si sparavano tutte le puntate in una notte per poi presentarsi in ufficio con le occhiaie. Avevano passato una notte brava e ne andavano fieri. Erano pionieri. E pionieri erano anche quelli che queste serie le pensavano.

I vantaggi della nicchia

Le serie in streaming attraevano grandi talenti incuriositi dal nuovo mezzo e che su quei vascelli corsari si sentivano liberi di tentare nuove vie. Essere nicchia aveva i suoi vantaggi. Era il periodo in cui queste serie le vedevano sul computer i pochi fortunati che potevano godere di connessioni Internet abbastanza veloci. Ogni tanto si bloccavano e la rotellina iniziava a girare in mezzo allo schermo. Non restava che attendere che il video si caricasse, non potendo tirare pugni sul televisore, alla vecchia maniera.

Poi sono arrivate le fibre, i giga per tutti, le apple tv e tutto il resto, e i carbonari delle serie tv si sono diluiti nel pubblico generalista. Se prima gli spettatori si dividevano tra chi guardava le serie sul computer e chi guardava la televisione tradizionale, ora questa distinzione è sempre meno netta. Una fluidità che non porta bene alla tv in streaming, pare. Gli ex corsari stanno diventando generalisti.

Addio sperimentazione.

Qualche esempio, per spiegarsi meglio. A novembre Amazon aveva rilasciato l’episodio pilota per una sitcom assolutamente nuova. Si intitolava Sea Oak e schierava un mix di nomi interessante: alla regia Hiro Murai, americano di origine giapponese super premiato per Atlanta Snowfall. Sceneggiatore George Saunders, vincitore del Man Booker Prize per Lincoln nel Bardo (in Italia pubblicato da Feltrinelli), protagonista Glenn Close. Raccontava la storia di una pensionata uccisa durante una irruzione in casa che torna in vita come un celestiale angelo sterminatore.

Roba forte, che non diventerà però mai una serie, perché, appunto, è troppo forte e non va bene per il pubblico generalista. Quindi parola d’ordine normalizzazione. Al posto di George Saunders ecco The Grand Tour, con il trio di machi motorizzati guidati da Jeremy Clarkson: auto, sgommate e bevute di birra. Licenziato dalla Bbc per un pugno a un collaboratore, il gentiluomo è stato ingaggiato per racimolare i milioni di spettatori rimasti orfani di Top Gear (conosciuto come TG, da cui il furbo nome di Grand Tour, che ne ribalta le iniziali in GT).

Al posto di chicche come I Love Dick One Mississippi arriva invece una serie sul Signore degli Anelli, piuttosto dozzinale a giudicare dai trailer, una sorta di trasposizione serializzata di un videogioco da playstation. Addio navi corsare, siamo agli stessi prodotti delle emittenti tradizionali.

Netflix non fa di meglio, cassando un altro gioiello come Lady Dynamite, una serie in linea con lo stile degli esordi. Raccontava le surreali avventure della protagonista Maria Bamford, che dopo sei mesi in manicomio per un disturbo bipolare cerca di ricostruire la sua esistenza: la storia è parzialmente basata sulla sua vita vera. Cestinata dopo due stagioni per lasciare spazio ai nuovi 20 episodi di The Ranch, con Ashton Kutcher, serie che si svolge in una famiglia di cowboy del Colorado. Molto yankee e molto trumpiano, poco nello stile del vecchio Netflix.

È la fine di un’era? I segnali ci sono. Confermati da fatti inquietanti, come lo scivolone sul Racconto dell’Ancella. Netflix si è fatta scappare la serie di Bruce Miller ispirata al romanzo di Margaret Atwood che ha poi fatto incetta di Emmy, Golden Globe e altri svariati premi. Hanno poi rimediato accaparrandosi Alias Grace (L’altra Grace), sempre ispirata alla narrativa della Atwood, ma la questione rimane aperta.

Intanto – in Inghilterra almeno – la Bbc si muove nella direzione opposta: produce serie come McMafia, ispirato al libro di Mischa Glenny sulle connessioni globali della criminalità organizzata. Se anche non ha lo stesso sapore di lucida follia che caratterizzava la prima web tv di Netflix, non la si può certo catalogare come il prodotto di una emittente tradizionale.

Sorgente: La rivoluzione delle serie è finita, Netflix e Amazon sono la nuova tv – La Stampa

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