La macchinazione: Pasolini e una scomoda verità

macchinazione

 

di Antonella Mattei

Pasolini è sempre stato per me un simbolo, nel senso che ai tempi della mia adolescenza mi era vietato poter leggere le sue opere e, come tutte le cose vietate, ne ero incredibilmente attratta. I  suoi film a casa mia erano off limit, mi fu concesso solo “Uccellacci e uccellini”, in virtù della  presenza di Totò che avrebbe dovuto sdoganare l’autore da una vita al limite. Per un caso del destino, alla maturità la professoressa mi diede solo due possibilità: o Pratolini, o Pasolini. Volevo “Ragazzi di vita” a tutti i costi, ma mia madre non mi permise mai di comprarlo, così me lo andavo a leggere di nascosto in una libreria di via Nazionale il cui giovane librario mi concedeva alcune libertà. Feci la maturità con Pratolini e Le ragazze di San Frediano letto svogliatamente in un’ora, ma le borgate che raccontava Pasolini erano le mie, il linguaggio era quello con il quale convivevo, la vita dei protagonisti era quella di tutta la mia generazione, ma parlava di prostituzione maschile e a quei tempi non era nemmeno possibile pensarla, figuriamoci farci un libro. Andai nel posto esatto in cui fu assassinato, sul lungomare Duilio di Ostia e provai un rimpianto profondo per non aver avuto la possibilità di viverlo, conoscerlo, amarlo o odiarlo; poca gente, qualche fiore, i più si nascondevano per non essere accomunati allo scrittore di “vita”. Ovviamente ci andai di nascosto, ma a quei tempi  era molto più semplice fare cose di cui i genitori non avrebbero saputo mai nulla.

Ora questo film di David Grieco,  La macchinazione, apre una nuova possibile verità sulla morte violenta del discusso scrittore. Pelosi, riconosciuto come il suo assassino nella notte del primo novembre del 1975, risulterebbe secondo il regista, non l’autore ma solo una pedina. Secondo questa tesi, quello di Pasolini fu un omicidio politico e non sessuale, ucciso, secondo questa ricostruzione, su mandato politico in collegamento con gli ambienti della P2 e della banda della Magliana.

La notte dell’omicidio di Pasolini all’idroscalo di Ostia c’erano due alfa GT: la prima dello scrittore e la seconda di Antonio Pinna appartenente alla banda della Magliana e la cui auto fu quella che travolse Pasolini già pestato e massacrato. Per inciso: Pinna sparì all’inizio del processo per la morte  di Pasolini e la sua famiglia, che lo cercò a lungo, si imbatté in un fascicolo secretato dallo Stato italiano.

Questa la teoria proposta allo spettatore, ma lo stesso Pelosi effettivamente ammette in un interrogatorio la presenza di due auto simili e questa dichiarazione potrebbe riscrivere l’intera storia dell’omicidio. Non solo, per la prima volta davanti a un Pubblico Ministero ammette la presenza di una seconda automobile sul luogo del delitto, uguale a quella di Pier Paolo Pasolini, ma dichiara anche che quella notte potrebbe non essere stato arrestato sull’Alfa GT 2000 di proprietà del poeta, così come vuole la storia e com’è scritto nei verbali. La macchina, nella realtà, fu rubata proprio davanti a casa mia: al cinema Argo di via Tiburtina.

Questo film ha il valore di una ricerca civile che ancora non sembra giunta a termine, anche se a mio modesto parere, la pista introdotta dal regista si allontana troppo dalla realtà, diventando a volte onirica. Ottima l’interpretazione di Ranieri, forse pesanti i dialoghi in romanesco poco credibili ma, del resto, questa era la realtà Pasoliniana e posso confermare che quegli anni e determinati ambienti erano davvero così. Conobbi Ninetto Davoli, suo attore preferito, nei teatri cinematografici De Paolis attigui al mio condominio dell’epoca: era esattamente come sul grande schermo, con una vita lontana anni luce dai fasti della celebrità,  come tanti ragazzi di vita dell’epoca.

Solo che lui pagava spesso il gelato a tutti noi ragazzini del quartiere.

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