La bicicletta verde

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Haifaa Al-Mansour è la prima vera regista donna di un paese che non ha sale cinematografiche e in cui il cinema si fruisce solo domesticamente, è dunque in sé una figura rivoluzionaria che si oppone ai ruoli cui le donne sono relegate e tale posizione è evidente nella maniera in cui scrive i suoi personaggi; nel suo film La bicicletta verde, la protagonista è una bambina di nome Wadjda, o forse è proprio quella bicicletta che la ragazzina desidera alla follia: simbolo di libertà e fuga da una realtà oppressiva. Ribelle e sognatrice Wadjda  frequenta una scuola rigorosamente solo femminile e lotta per non soffocare i propri desideri di libertà. In particolare uno di questi riguarda l’acquisto di una bicicletta verde, con la quale potrà essere alla pari del bambino con cui gioca dopo la scuola. La sua famiglia non può permettersela e di certo non vuole che si faccia vedere su un oggetto tradizionalmente riservato agli uomini e con il quale si tema che la bimba possa perdere la verginità, così Wadjda comincia a cercare i soldi per conto proprio rendendosi conto ben presto che quasi tutti i metodi per farlo le sono proibiti: la preside, tra le altre  cose, le vieta di vendere alle compagne piccoli braccialetti  che lei prepara la sera a casa. L’unica soluzione è partecipare a una gara di Corano della scuola (lei che non eccelle nelle materie religiose, addirittura lo legge con enorme fatica) e vincere  il primo  che consiste in una somma di denaro sufficiente all’acquisto della bici. Per parlare della vita attuale nel suo paese, degli uomini e delle donne che lo animano e dell’oppressione dell’uomo sull’uomo (o della donna sulla donna), la regista gioca con la forte simbologia rappresentata dalla bicicletta presente nel titolo che in questo caso è icona di emancipazione e libertà, l’oggetto che rappresenta una possibile salvezza al sistema al quale altrimenti anche Wadjda sarebbe condannata, come la madre e come le compagne, un sistema fatto di oppressione mentale e personale da parte degli uomini e di gran parte delle altre donne. La conquista dell’oggetto però non passa per l’esplorazione del paesaggio cittadino quanto per un percorso di purificazione e abnegazione, Wadjda diventa così indipendente e libera non per il fatto di andare in bici ma grazie al percorso con il quale arriva a poterla comprare, talmente audace da influire anche sul tradizionalismo subito dalla madre. Una rivoluzione gentile compiuta involontariamente dal solo atto di cercare dei soldi da sola, ottemperando alle regole imposte (la gara di Corano) per scardinarle da dentro. Non solo la protagonista Wadjda ma anche le compagne più adolescenti e più irrequiete, benché comprimarie, sono accarezzate con tono lieve dalla macchina da presa, scrutate nell’innocenza di gesti minuscoli che portano a condanne spropositate.

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Il pregio maggiore di La bicicletta verde è così il saper guardare la realtà e metterla in scena trovando in ogni dettaglio un elemento di oppressione o di ipocrita incongruenza (i tacchi della maestra, i capelli tinti, gli occhiali da sole ben in vista). Tuttavia, nonostante i più nobili intenti e i più aulici modelli, il film non riesce mai davvero ad appassionare, tocca intellettualmente ma non sentimentalmente. Vittima di un’ideologia inevitabilmente forte e penetrante, è atto d’accusa ma non sempre film, parteggia per i propri eroi ma purtroppo dimentica di scrivergli intorno una storia che ne lasci emergere l’umanità; molte situazioni restano a galleggiare nell’aria senza alcuna spiegazione logica,  stessa sorte di alcuni personaggi buttati a caso nella storia quasi come riempitivo di qualcosa che è già a posto. In alcuni casi less is more dovrebbe essere un obbligo. E’ comunque un film che  vale la pena di essere visto e per i temi trattati e il modo di parlare della condizione della donna il film è stato patrocinato da Amnesty Italia.

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Fonti: Mymovies

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