Il palazzo del Viceré

Il palazzo del Viceré

di Mirko Salvini

Gurinder Chadha, la simpatica regista britannica di origine indiana lanciata dal festival di Locarno dove sono stati accolti con successo alcuni dei suoi lavori più fortunati (“Picnic sulla spiaggia” e il popolarissimo “Sognando Beckham”), per anni ha lavorato a un film che raccontasse l’estate indiana del 1947, una delle più importanti per il subcontinente, non solo per ragioni meteorologiche. La notte fra il 14 e il 15 agosto fu infatti cruciale perché sancì la fine della dominazione britannica, ma la tanto sospirata indipendenza si accompagnò al dramma della partizione, la divisione del territorio studiata a tavolino che portò alla nascita degli odierni Pakistan e India, e alla separazione (con tanto di scontri e massacri) fra la popolazione di religione indù e quella musulmana provocando la più grande migrazione dei tempi moderni. Per quanto sia uno dei poli produttivi cinematografici più potenti al mondo, il cinema indiano ha sempre mostrato una certa riluttanza nel raccontare questi momenti, probabilmente non ancora totalmente elaborati, lasciando il difficile compito ai registi della diaspora (si pensi alla Deepa Mehta di “Earth 1947”, secondo capitolo della sua trilogia degli elementi) o comunque alle produzioni occidentali destinate al piccolo come al grande schermo.

Per la Chadha raccontare questa storia è stata anche un modo per omaggiare la propria famiglia, visto che la nonna della regista è stata una delle superstiti ai vari scontri civili che hanno macchiato col sangue la nascita dei due paesi. “Il palazzo del Viceré” (presentato fuori concorso al festival di Berlino di quest’anno) quindi, è stato indubbiamente un film importante e non soltanto a livello produttivo. Ma al di là delle ambizioni e del valore personale che l’opera può avere avuto come se l’è cavata? Innanzitutto va detto che la regista si è avvalsa alla sceneggiatura della collaborazione del marito Paul Mayeda Berges (che ha sceneggiato praticamente tutti i suoi film) e della drammaturga inglese Moira Buffini. I tre in sede di scrittura si sono rifatti soprattutto a “Stanotte la libertà” di Dominique Lapierre & Larry Collins e “The Shadow of the Great Game” di Narendra Singh Sarila, due testi che hanno in comune il fatto di non avere fatto troppi sconti ai protagonisti di questo cruciale capitolo della storia recente. La cosa che in effetti colpisce di questo film è invece il trattamento conciliante concesso a questi personaggi. I Mountbatten, gli ultimi vicerè, sono descritti rispettivamente come un uomo onesto, armato di buonissime intenzioni, anche se consapevole delle difficoltà che il suo compito comporta, mentre la moglie è un’idealista che cerca di convincere il marito a tutelare il più possibile la nazione indiana. Anche il Mahatma Gandhi, il futuro primo ministro Nehru e il fondatore del Pakistan Jinnah hanno a cuore le sorti del loro paese, anche se (con l’eccezione di Gandhi) sono stranamente inconsapevoli delle drammatiche conseguenze che avrà per l’India la divisione in due. Persino Cyril Radcliffe, l’uomo che si occupò di tracciare i confini dei due nuovi paesi, viene descritto come una persona che si rende conto di avere a che fare con un compito improbo e ingrato. L’unico che si becca delle bacchettate è il comunque assente Churchill, accusato di avere caldeggiato la separazione per impedire che i sovietici potessero avere uno sbocco sul mar arabico e quindi l’accesso diretto alle risorse petrolifere della zona.”La storia la scrivono i vincitori”, ci viene ricordato a inizio film, ma sicuramente non è un caso che molti storici abbiano trovato da ridire sull’attendibilità del “Palazzo del Vicerè”, ritenendolo come minimo semplicistico, nonostante l’intento di rendere la famosa costruzione un microcosmo teatro ideale degli eventi raccontati dove le tre anime della vicenda (britannica, indiana e musulmana) convivevano.

A ogni modo, si sa, che il cinema con tutte le buone intenzioni non si propone di sostituire i libri di storia, semmai può avere il merito di portare attenzioni su episodi anche importanti o dimenticati o relativamente trascurati. Su un piano prettamente di intrattenimento, il film, come tutti i lavori della regista, si lascia vedere, anche se, è un po’ troppo viziato dall’intento di mostrare i suoi personaggi sotto una luce benevola li fa risultare alla fine poco interessanti, anche se magari amabili (arrivando a suggerire un soggiorno dei due vicerè in India più lungo di quanto la realtà storica non ricordi). L’aver tolto anche il pur minimo riferimento all’affair fra Lady Edwina Mountbatten e Nehru (argomento, neanche a dirlo, ancora controverso in India, al punto da fare naufragare progetti cinematografici come quello tentato qualche anno fa da Joe Wright) ha anche privato il film di un potenziale spunto drammatico. In effetti una vicenda sentimentale viene raccontata ma è quella fra il ragazzo indù Jeet (il californiano Manish Dayal) e la ragazza musulmana Alia (l’attrice bollywoodiana Huma Qureshi, qui al suo esordio in una produzione internazionale) che lavorano nel palazzo, si amano ma sono ostacolati non tanto dalle differenze religiose (entrambi sono contro la Partition) ma dal fatto che lei è già promessa sposa a un altro.

Uno spunto troppo convenzionale per potere dare esiti veramente interessanti, nonostante la regista regali ai due i brevi momenti finali del film. Per quanto riguarda gli attori, Hugh Bonneville è un Lord Mountbattem che (inevitabilmente) ricorda il personaggio per anni interpretato dall’attore in “Downton Abbey”, mentre la sempre brava Gillian Anderson trova il giusto mix fra ironia, calore e understatement nel rendere Lady Edwina. Gli altri personaggi, anche se sono stati protagonisti della storia, soffrono di una scrittura manichea, perciò a rimanere più impresso è il compianto Om Puri (qui in una delle sue ultime apparizioni), nei panni del padre cieco di Alia. L’impegno produttivo comunque c’è stato e si vede nella ricostruzione storica anche se mancano (sequenze che facciano capire che evento di proporzioni epiche è stata la migrazione fra i due neonati stati e che tributo di dolore abbiano comportato quegli scontri (triste se si pensa che in teoria la divisione doveva proprio evitare questo). Forse Gurinder Chadha non era interessata ad un simile approccio ma resta l’idea che un regista di Bollywood avrebbe saputo raccontare questa storia con maggiore forza, realizzando dunque un film forse non più fine ma più incisivo.

Sorgente: Il palazzo del Viceré | Film | Recensione | Ondacinema

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