Il mito di Takeshi Kitano, tra Mai dire Banzai, poesia e violenza

Il mito di Takeshi Kitano, tra Mai dire Banzai, poesia e violenza

Il regista e attore giapponese ha esordito in tv, poi è diventato regista di film che sono diventati di culto per il connubio tra brutalità e malinconia

di Simone Stefanini

Una parabola come quella di Takeshi Kitano (Tokyo, 18 gennaio 1947) in Italia sarebbe molto difficile, perché sdoganarsi dall’intrattenimento comico per diventare regista di spessore sembra non sia contemplato nella nostra cultura e i molti attori o registi che ci hanno provato, poi sono tornati con la coda tra le gambe alla loro occupazione precedente.

Ricordate Mai dire Banzai, il primo programma in cui una giovane Gialappa’s commentava i giochi giapponesi allucinanti e sadici, in cui alcuni concorrenti invasati dovevano superare degli ostacoli difficilissimi per arrivare al traguardo? La maggior parte di quelli che abbiamo visto erano tratti da Takeshi’s Castle, programma ideato e spesso condotto da Takeshi Kitano, lo stesso che nel 1997 ha vinto il Leone d’Oro a Venezia per il film Hana-bi – Fiori di fuoco.

Kitano, come racconta nel libro autobiografico Asakusa Kid, ha esordito come cabarettista e teatrante in un locale di spogliarelli di Tokyo, col nome di Beat Takeshi, un alias che ha voluto mantenere per i suoi lavori da autore televisivo.

Parallelamente alla tv d’intrattenimento, ha iniziato anche la carriera d’attore, che l’ha portato a creare un personaggio dalla faccia di pietra, di poche parole e molta azione, che di solito ha rapporti con la Yakuza. Niente film con gli effetti speciali all’americana però: i gangster movie di Kitano sono profondi, introspettivi e poetici anche quando trattano l’aggressività e la violenza.

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