I figli della notte

I figli della notte

di Piero Calò

In un bosco d’inverno in Alto Adige, una moderna struttura simil-alberghiera ospita giovani abbienti, futura classe dirigente dell’Azienda Italia. Si studia la microeconomia e il marketing, si gioca l’hockey su ghiaccio, si impara a diventare come i loro padri e precettori.
Opera prima di Andrea De Sica, che forse aveva un messaggio urgente da veicolare e si è voluto servire di un lungometraggio laddove un onesto corto sarebbe stato sufficiente. Ma sarebbe lo stesso stato un pessimo lavoro in quanto “I figli della notte” è un’opera talmente scalcinata che vien quasi da vergognarsi di essere italiani.

Un aspetto su cui tenderemmo a essere indulgenti è la banda sonora, che nel cinema italiano, in media, è particolarmente sciatta. Fortunatamente, i sottotitoli in inglese hanno permesso di intelligere una buona parte dei dialoghi, affettati ma pure smozzicati. Più grave il missaggio, incurante di distinguere un suono “on air” da uno extradiegetico, tutti messi sullo stesso livello. E ancor più grave del grave, il comodo affidarsi alla cassa in quattro quarti o alle hit dei fu Matia Bazar al solo scopo di coprire immagini e pose e intrecci da matrimoni amatoriali.
Per dirla tutta, non è chiaro come un’opera del genere abbia goduto di sostegni e soldi pubblici.
Non che ci aspettassimo una sorta di Musil alle prese coi turbamenti del giovane Torless, e neanche una parodia degli Skull&Bones. Abbiamo invece assistito alla parodia di “Shining”, verso cui il regista avrebbe voluto tendere e come uso della cinepresa e come affresco delle devianze.
Fallendo.

Non abbiamo trovato in questo film nulla che potesse giustificare una levataccia mattutina e sotto la pioggia battente e col pass di un altro, tutto questo col nobile scopo di parlar bene di un film italiano che, nella sinossi, qualcosa lasciava intravedere. Un elemento “horror” (dove?), noir (quando?), analisi politica (in quale preciso punto?). L’unica promessa mantenuta è la fiabesca “casetta in Canadà”, così piccina che ci lavorano e ci vivono non meno di dieci persone e pure un cane che però è morto. E manco lo abbiamo visto.
Un film che dà l’impressione di un budget inferiore ai tremila euro, raffazzonato in sede di sceneggiatura, incollato alla meno peggio in sede di montaggio e sonorizzato ad altissimo volume come ben sanno i giovani che girano video col loro smartphone.

Ah, il messaggio: se si riesce a diventare stronzi come i propri padri (o madri) che hanno fatto i soldi, si è promossi a pieni voti. Altrimenti si resta nella caverna di Platone. Un messaggio straordinario, in effetti.
Girato in digitale (DCP), “I figli della notte” è l’unico film italiano in concorso alla 34° edizione del Torino Film Festival.

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