Dickens: L’uomo che inventò il Natale

di Renata Morbidelli

Dopo aver festeggiato con i parenti, quando ormai le luci del Natale si sono spente, o quasi, per un’appassionata di cinema e di letteratura come me, non c’è modo migliore di passare la sera del 25 dicembre che guardare Dickens: l’uomo che inventò il Natale. Il motivo della mia affermazione sta tutto in ogni scena di questa bella pellicola che racconta, in maniera storica, ma soprattutto fantasiosa, com’è nato il più famoso dei libri dello scrittore britannico Charles Dickens: A Christmas Carol (Canto di Natale). È l’ottobre del 1843. Il trentenne Dickens (Dan Stevens) è ormai uno scrittore di successo che, nel preciso momento in cui la narrazione inizia, è reduce da tre fiaschi letterari consecutivi. Essendo la scrittura la sua unica fonte di guadagno, il mancato successo dei suoi libri dà alle sue finanze un duro colpo. Come se non bastasse, l’autore si trova a fare i conti anche con il “blocco dello scrittore”. Per riuscire a rialzarsi, sia economicamente sia, soprattutto, artisticamente, ha bisogno di un’idea strabiliante, ma quale? Decide, allora, di andare in giro per la città, come accade spesso anche agli autori odierni, in cerca di ispirazione. Durante una delle sue uscite, s’imbatte in una scena singolare: un anziano uomo d’affari che, durante il funerale del suo socio, chiede a coloro che lo officiano di sbrigarsi perché il tempo è denaro. Quando i due uomini cercano di controbattere dicendogli che ci sono altre cose importanti, l’uomo risponde loro con un lapidario “Stupidaggini!” Ecco! Ecco l’idea che cercava Dickens: un racconto di Natale che narri la storia di un vecchio avaro e meschino che, dopo l’incontro con tre fantasmi, cambierà vita. Data prevista per l’uscita del libro: il periodo natalizio. L’idea viene immediatamente bocciata dai suoi editori che, dato che i londinesi non hanno tradizioni natalizie, pensano sia poco sensato scrivere un libro che parli proprio del Natale. Come se non bastasse, gli fanno notare che mancano solamente sei settimane al 25 dicembre e che, riuscire a scrivere un romanzo in così poco tempo è pressoché impossibile. Orgoglioso e testardo, Dickens scioglie il contratto con i suoi editori e decide di diventare editore di se stesso. Cerca egli stesso, con l’aiuto del suo amico più fidato, il migliore degli illustratori e il migliore dei tipografi per portare a termine il suo libro nei tempi prestabiliti.

Con la mente piena di idee, sebbene non abbia nulla di concreto ancora sulla carta, chiuso nella sua stanza, Dickens cerca un nome, e con esso l’ispirazione per dar vita al protagonista del suo romanzo. Dopo una ricerca spasmodica, dalle labbra dell’autore esce il nome del suo protagonista e, direttamente dalla sua mente, si materializza di fronte ai suoi occhi Mr. Scrooge (Christopher Plummer)! Mentre Dickens sta conversando con il suo nuovo personaggio, appare il fantasma di Marley, il socio in affari di Scrooge appena defunto che, in maniera apparentemente sorprendente, racconta la sua pena e il suo dolore a Dickens mostrando al giovane autore le sue catene. Lo sgomento si dipinge sul volto dello scrittore, mentre un lieve sorriso va allargandosi su quello di Scrooge.  Ripresa la conversazione con il burbero personaggio, viene a far visita loro lo spettro d’una donna che, come era accaduto con Marley, invita Dickens a seguirlo nel passato. Troviamo il piccolo Charles che, a soli undici anni, si trova senza padre, portato in prigione dai gendarmi, e costretto a lavorare nella fabbrica di lucido da scarpe della città. Questo evento traumatico, che tornerà in maniera ricorrente, anche sotto forma di incubo, insieme ad altri episodi della sua vita presente e al continuo dialogo con i suoi personaggi, aiuteranno Dickens sia a scrivere il romanzo sia ad attraversare gli angoli bui della sua anima e a rinascere proprio dalle viscere di quella fossa che lui stesso si stava scavando. Una delle scene finali del film portano Dickens e lo spettatore nello scheletro della vecchia fabbrica di lucido da scarpe. Là, insieme al suo inseparabile compagno di viaggio, MR. Scrooge, lotterà contro se stesso fino a ritrovare la parte migliore di sé e, contemporaneamente, il finale per il suo romanzo. Come l’alba illumina un nuovo giorno, sul volto dello scrittore s’accende una luce nuova. Recupera la gioia e gli affetti che, a causa della propria grettezza d’animo, stava perdendo. Riporta a casa gli anziani genitori, che poco prima aveva cacciato; riassume la giovanissima cameriera irlandese che, in uno scatto d’ira, aveva fatto cacciare e, con il cuore colmo di gioia e speranza, consegna al tipografo l’ultimo capitolo del suo “A Christmas Carol”. Mentre la neve scende su Londra, sullo schermo si legge che Charles Dicken pubblicò il suo libro il 19 dicembre del 1843 e che fu un gran successo.
A mio parere, questo film è una delle più belle versioni, se non la più bella che abbia mai visto, dell’ormai arcinoto Canto di Natale. Il motivo è presto svelato: per i sognatori è un modo innovativo di “leggere” una delle favole di Natale per eccellenza; mentre per un’autrice e un’appassionata di letteratura come me, racconta ciò che accade a ogni autore quando s’accinge a scrivere qualcosa (romanzo o racconto che sia). Attraverso il potere dell’immaginazione, sono i personaggi ad apparire all’autore e a instaurare un continuo dialogo con lui. Ed è esattamente quello che emerge dall’attenta visione di questa meravigliosa pellicola che, immediatamente dopo l’ultimo fotogramma, mi ha fatto pensare “Voglio rileggere Canto di Natale!”

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