Davvero criminale

“Amore criminale”, davvero criminale.

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Ci sono trasmissioni che mi danno fastidio, un fastidio quasi fisico: ad esempio come si può classificare un programma che s’intitola “Amore criminale”? Cosa diavolo s’intende per amore criminale? Una specie della Banda della Magliana che se ne va a spasso a cercare coppiette da far fuori? O un’agenzia d’incontri che forma e seleziona serial killer? In realtà la trasmissione tratta di donne che vengono uccise dal partner. Non ricordo puntate dove la donna ha fatto fuori l’amato. Il titolo è altamente fuorviante, quasi un ossimoro: cosa diamine significa? Non può essere amore se poi vengo sgozzata, presa a martellate o a colpi di pistola. C’è solo un criminale e basta. E poi le varie conduttrici: nel passato la trasmissione di Rai tre era condotta da Camila Raznovich che aveva almeno il piglio necessario a trattare l’argomento, poi è arrivata un’attrice, Luisa Ranieri che, malgrado la buona volontà, non ha certo la capacità di introdurre lo spettatore in un incubo come quello della violenza di genere e del femmicidio. Stessa sorte toccata poi a Barbara De Rossi. Ma non perché non siano brave,  (magari lo sono, anche se non incontrano il mio gusto nemmeno come attrici, e si vede che recitano, oh se si vede!) semplicemente non è il loro mestiere. Il fatto è che tale trasmissione televisiva ha la presunzione di trattare in maniera informativa e giornalistica della morte violenta delle donne, o meglio del femminicidio. Ogni puntata prevede il racconto della storia realmente accaduta, dell’omicidio di una donna da parte del partner, con l’ausilio di spezzoni d’interviste che dovrebbero dare un’analisi chiara. Ma non essendoci alcuna analisi, approfondimenti e contestualizzazioni come questi fatti di cronaca presupporrebbero, l’effetto finale è quello di un fotoromanzo di basso livello, un B movie con voci narranti scadenti: il vantaggio? Sapere come va a finire. Che i morti sono tutti veri. Spesso la regia e il montaggio descrivono il caso come se la povera vittima in questione avesse avuto “la sfiga” di cadere nelle mani dello squilibrato di turno. Non chiarendo i dati, la situazione, il contesto, la casistica, le cause culturali di questo gravissimo fenomeno, riduce il tutto a un malato voyeurismo che conduce lo spettatore a indugiare su particolari raccapriccianti e la spettatrice a esorcizzare il problema (meno male che a me non capita). Fin troppe le descrizioni al limite della maniacalità che senza il supporto di una inchiesta giornalistica, che sostenga i fatti, “Amore criminale” è davvero criminale. Non si possono trattare fatti di attualità così gravi, soprattutto in un momento in cui questi stessi fatti hanno assunto una gravità eccezionale, come se fossero fotoromanzi: è diseducativo, fuorviante, poco professionale e dannoso. Per conoscere quello che succede e risolverlo, facendo leva anche sull’opinione pubblica, non basta sbattere l’omicidio sullo schermo, ma serve un’informazione fatta da chi di queste cose ne capisce: argomentazioni, inchieste, indagini molto serie, condotte da professionisti che certo non mancano in giro in Italia, perché la violenza di genere non è un’opinione dove chiunque può dire quello che gli pare o fare quello che vuole, ma è un fenomeno che riflette un’intera società e che quindi va affrontato in maniera scientifica. Ma allora perché non dare un serio format d’inchiesta anche su argomenti che riguardano i femminicidi in Italia? Preferisco i true crime: spiegazioni scientifiche, psichiatriche, sociologiche, nessuna lacrima facile, grande professionalità. Questo si richiede per trattare di femminicidio, altrimenti meglio lasciar perdere.

Fonti: DonnexDiritti

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