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Breve storia della televisione italiana

Breve storia della televisione italiana

di Simone Fabrizi

Sono passati quasi sessantacinque anni dalla grande rivoluzione della TV in Italia. Ricostruiamo un piccolo scorcio di uno dei fenomeni sociali più determinanti dell’età moderna

Ci sarà un motivo per cui i Futuristi si scelsero questo nome, evidentemente. È l’effetto della straordinaria dote dell’artista che anticipa il tempo preannunciando il domani, è l’avanguardia che ad inizio Novecento traccia le linee-guida della modernità: immagine e movimento, movimento e immagine. Che poi sono i segni particolari sul documento della TV, questa conosciuta. L’abitudine – che si sa, fiacca sempre il senso critico – quasi tradisce la falsa convinzione che questa scatoletta elettronica ci sia sempre stata, fedele compagna di vita, piccola o maestosa che sia, pur sempre un po’ impolverata. Eppure. Restare indifferenti di fronte alla sua storia parlando di lei semplicemente come orgoglio e vanto (uno dei tanti, troppi) dell’homo technologicus sarebbe a dir poco riduttivo. Perché la TV definisce l’identità sociale dell’uomo di oggi: continua a farlo ora da sessant’anni a questa parte, sempre e rigorosamente nel segno dell’immagine e del movimento. Specialmente in Italia.

Fonte: images2.corriereobjects.it

Questo oggetto misterioso entra dentro le case degli italiani a partire dai primi anni ’50, che sanciscono una graduale e sistematica rinascita economica dopo la recessione del secondo conflitto mondiale. E ci entra come ospite, dal momento che di fatto nasce in Scozia nel 1926, anno in cui lo studioso John Logie Baird s’inventa un particolare sistema di scansione meccanica, chiamato disco di Nipkow, che permette la riproduzione dell’immagine: in buona sostanza, l’antenato del tubo catodico. Le primissime prove tecniche di trasmissione italiana risalgono al 1933, quando il ricevitore romano di Monte Mario comincia a diffondere il segnale esteso al piccolo, periferico raggio urbano.

Ma in principio fu la radio. È questa «voliera di voci e suoni» lo strumento d’intrattenimento ed informazione dominante che precede il successo televisivo. Dall’ottobre del 1924, quando la conduttrice dell’URI – poi EIAR – Maria Luisa Boncompagni inaugura il servizio di trasmissione regolare fino all’istituzione dei tre programmi radiofonici Rai (già EIAR) del 1951, l’ascolto italiano si raccoglie intorno a questi apparecchi a suo tempo rivoluzionari. Dai bollettini giornalistici alla musica leggera, dal dramma teatrale alle rubriche letterarie: la radio scandisce a tempo il ritmo della quotidianità di oltre sette milioni di abbonati. Certo, la TV è un’altra cosa.

Fonte: thenextweb.com

La TV è la vita che scavalla uno schermo di vetro, è il volto della voce dei varietà radiofonici, il taglio di capelli e il colore degli occhi del cantante preferito di cui non si conoscono che le doti musicali, magari anche gracchiate dai capricci della frequenza. Così, dalla prima trasmissione nazionale del 3 gennaio 1954, il panorama mediatico si sarebbe avviato dritto verso un cambiamento inesorabile e non ancora concluso e definito: movimento, immagine. È la Rai che nel 1952 acquisisce i diritti esclusivi di trasmissione circolare radiotelevisiva su scala nazionale, instaurando un regime monopolista che dopo un’iniziale fase di decollo avrebbe assistito alla sua frantumazione sulla metà degli anni ’70. È della Rai, dunque, il merito di plasmare le basi di rinnovati stereotipi culturali, che spaziano da Studio Uno al Rischiatutto, dal fascino accattivante di Mina all’esilarante genio di Mike Bongiorno.

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