47 metri | Film | Recensione

47 metri | Film | Recensione

di Emanuele Richetti

Una ripresa dal basso, le acque imperscrutabili del fondo di una piscina, un fluido rosso che contamina il blu verginale del liquido principale. Sangue? No, vino: un bicchiere ha rovesciato il proprio contenuto all’interno della piscina in cui Lisa e Kate ristoravano tranquille. E quel bicchiere apparteneva proprio alle due sorelle, giunte in Messico nel tentativo di lasciarsi alle spalle le delusioni del recente passato: Lisa è appena stata scaricata dal fidanzato e cerca, con la compagnia di Kate, di superare il momento difficile attraverso feste, alcool, divertimenti vari e bei ragazzi. Due di questi, con cui le sorelle legano subito, riescono a convincerle pure a sperimentare un’affascinante immersione in mare aperto, anche se nella (apparente) sicurezza di una gabbia. Peccato che la situazione precipiti velocemente: un imprevisto impedisce alle due sorelle di risalire sull’imbarcazione e la gabbia precipita a una profondità di 47 metri. Lisa e Kate hanno limitate scorte di ossigeno, gli squali intorno a loro sembrano farsi sempre più minacciosi: come fare a uscire vivi dal pericolo in cui sono sprofondate?

Sono queste le premesse di “47 metri”, pellicola inglese di Johannes Roberts che si inserisce in quel filone di opere che fanno capo allo “Squalo” spielberghiano, i cosiddetti shark movie: il rosso iniziale era già insieme citazione e parodia che esplicitava il debito nei confronti del capolavoro del 1975. Perché se “47 metri” non può fare a meno di guardare al perfetto meccanismo di tensione che stava alla base dello “Squalo”, contemporaneamente deve prenderne le distanze, replicarne il successo inquietando le nuove platee: in altre parole, dichiarare ad alta voce la propria natura di B-movie. Eppure, quella trasfigurazione di sangue in vino annunciava già quale sarebbe stato uno dei più grossi problemi di tutta l’opera: la mancanza di coraggio, ovvero la confezione anodina di un prodotto finalizzato al mero guadagno (“47 metri”, nonostante il genere e la materia, non ha nemmeno ottenuto il consueto divieto negli Usa ai minori, fermandosi al più permissivo PG-13).

Non c’è praticamente sangue, in “47 metri”, e le scene più truculente sono o abilmente mascherate da Roberts, in modo da garantire l’incolumità psicologica dello spettatore, o lasciate fuori campo. Ma ciò di cui si percepisce veramente la mancanza è la tensione: complice uno degli score più anonimi ci sia capitato di sentire recentemente, tutto appare veramente scialbo e mediocre. Non ci aspettavamo certo Spielberg dietro la macchina da presa, ma l’apprensione generata da Roberts con questo lungometraggio è sostanzialmente nulla. “47 metri” è un noiosissimo thriller di ottantasette minuti che sarebbe potuto durarne benissimo settanta in meno; e infatti la sceneggiatura fa di tutto per arrivare ai canonici novanta tra inutili dilatazioni (il lunghissimo antefatto alla discesa negli abissi marini) e reiterazioni dei medesimi meccanismi atti a creare suspense (per due volte si assiste all’abusatissimo espediente della mancanza di ossigeno). Per non parlare poi dello sciorinamento di più finali e il solito, inesauribile campionario di sfortune. Ma lasciando da parte la superficialità e prevedibilità della sceneggiatura, a mancare è appunto una sapiente messa in scena, la soddisfacente costruzione di uno stato di agitazione, angoscia.

Non c’è nulla di tutto questo in “47 metri”, che pure visivamente non inorridisce né delude: manca proprio un abile autore, un raffinato – o quanto meno accettabile – sguardo che renda le vicissitudini delle sorelle Lisa e Kate almeno per un secondo, un brevissimo secondo, interessanti; che ci faccia credere vi sia veramente qualcuno, a 47 metri di distanza dalla superficie del mare, appeso a un sottile filo tra la vita e la morte; che mostri un briciolo di sapienza nella costruzione cinematografica della tensione e della paura; che (di)mostri di aver visto e assimilato la lezione dei grandi autori del genere. E, in assenza di questo, ci sarebbe bastato un vero B-movie, di quelli semplici e sinceri, animati dalla volontà artigianale e fine a se stessa di intimorire, spaventare, inorridire o, in una parola, emozionare. Ecco, “47 metri” non è assolutamente nulla di tutto ciò, seppure verso il finale sembri cercare una via alternativa, una soluzione personale in conclusione alla banalità di tutto il precedente minutaggio. Ma è solo un guizzo, niente di più, che per un attimo illude vi possa essere un po’ di intraprendenza in tutta questa superficialità. Poi si ritorna alla realtà e termina l’illusione: “47 metri” non può nemmeno lontanamente essere definito un riuscito B-movie.

Sorgente: 47 metri | Film | Recensione | Ondacinema

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