Una televisione di qualità

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di Giorgio Bianco

È successo martedì notte, 11 ottobre. Anzi, ormai era mercoledì: l’una e venti del mattino.

Rai 5 ha mandato in onda un concerto rock straordinario: la mitica band “The Cure” dal vivo in Scozia, nel 1984. Un evento da non perdere, per gli appassionati del genere new wave o post punk. Ma io me lo sarei perso senz’altro, se un mio caro amico chitarrista non me l’avesse segnalato. Intendiamoci: a quell’ora è bene che io sia a letto, se voglio arrivare vivo al lavoro il giorno dopo. Ma l’ho registrato su penna Usb e nelle serate successive me lo sono gustato con comodo, bevendo una birra sul divano.

Tuttavia, è di televisione che voglio parlare, non di musica. Infatti siamo abituati a lamentarci dell’impoverimento dei programmi: sempre meno e sempre peggio è il commento ricorrente, riferendosi ai cosiddetti canali “in chiaro”, cioè visibili senza pagare altro che il canone Rai. Ma è vero? Siamo proprio alla frutta? Secondo me bisogna saper distinguere.

Da un lato, in effetti, c’è stato un impoverimento: il grosso delle trasmissioni sulle tre reti storiche Rai e Mediaset si concentra su telegiornali (non sempre equilibratissimi…), sport (tranne quello a pagamento) giochi a premi, cuochi e ricette talora improponibili a tutte le ore, telenovelas, contenitori di litigate politiche, qualche telefilm, pochissimi film (e quasi sempre gli stessi) e un mare di pubblicità. Con qualche felice eccezione, per esempio approfondimenti e curiosità. Mi pare che sia poca cosa.

Un tempo, almeno fino agli Anni ’80, il livello era più elevato. Chi oggi ha una cinquantina d’anni, come me, ricorda intrattenimento di livello con Arbore a “Quelli della Notte”, invece oggi abbiamo il Grande fratello. Ancora più indietro, negli Anni ’70, mi piace ricordare la serie di documentari “A come avventura”, dove con sapienza letteraria si dava anima a storie drammatiche di mare o di montagna, mentre sui titoli di coda scorreva il meraviglioso brano “A salty dog” dei Procol Harum.

E che dire de “Il poeta e il contadino” con Pozzetto e Ponzoni? No, la mia non è un’operazione nostalgia. Dico soltanto che oggi, quando vedo gente che affonda le mani in un secchio colmo di maionese per vincere qualche soldo, fra gli applausi del pubblico e le battute di un presentatore, mi viene la malinconia. Così spengo tutto e faccio altro.

Però c’è stata la rivoluzione del digitale terrestre che ha moltiplicato a dismisura il numero dei canali. Scava scava, ad avere tempo (o un amico chitarrista) i programmi interessanti si trovano. Io ho avuto il mio concerto dei Cure, per esempio. Ma ce n’è per tutti i gusti: si va dal funzionamento dei motori aerei alla raccolta dei funghi affumicati dagli incendi in alcuni Stati del Nord America.

Ci sono anche interessanti pagine d’arte e storia, cultura generale, sociale, cinema di valore. Non è internet, ma poco ci manca. Voglio dire che, spulciando fra i canali del digitale terrestre, non si trovano soltanto televendite di orologi e metodi dimagranti: c’è davvero di tutto. A questo punto si potrebbe concludere che il problema non sussista: chi cerca trova, basta munirsi di una buona guida Tv.

Eppure, secondo me, la questione è più complessa. I canali tematici o quasi vanno benissimo, ma l’enormità e la dispersività di questa offerta non possono legittimare lo svuotamento dei canali “istituzionali”. Una delle caratteristiche che devono rendere la televisione diversa dal web (e migliore, a mio avviso) è la qualità media dell’offerta.

Mi spiego: su internet si trovano cose ottime o utilissime, ma anche un mare di sciocchezze, di ragionamenti idioti e pericolosi, talora violenti, demagogici. Facebook ne è la dimostrazione: è come scendere in piazza, chi trovi trovi. La televisione no, non può. Almeno quella pubblica. Essa ha il dovere, anzi, l’obbligo morale e civile di non andare al di sotto di un certo livello. Io non accetto, dopo il telegiornale della sera, di poter scegliere soltanto fra telefilm violentissimi, spesso a sfondo sessuale, secondo me realizzati apposta per solleticare il peggio, il torbido delle persone, o trasmissioni dove i politici passano il tempo a denigrarsi.

Non ce la faccio e mi rifiuto. E non mi consola sapere che a tarda notte, sulla rete XY, venga trasmesso un grande concerto o un film d’autore. Non mi consola e non mi basta. Per questo continuo a sperare che qualcuno si accorga che le reti istituzionali non devono puntare in basso pur di fare ascolti, ma servire, cioè essere utili a informare, formare, ricordare diritti e doveri, aiutare il cittadino a costruirsi una coscienza civile. Proprio come ci aspettiamo che faccia anche la scuola.

Bisogna ricominciare, nel dar voce alla gente, a introdurre personaggi qualificati, in grado di insegnare, di offrire competenze al grande pubblico. Non soltanto mettere il microfono sotto il naso di chi ha voglia di inveire oppure di cucinare spaghetti al lampone. La cultura affascina, conquista, eleva i popoli. Ricominciamo a scommettere sul cervello delle persone, non più soltanto sulla pancia. Di qui passa la rinascita di una Nazione.

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